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100 Best Of da riscoprire (1)

Chiaramente i best of / greatest hits sono ormai roba di un’altra epoca, quasi non se ne fanno più dato che non hanno molto senso oggi, con il supporto fisico praticamente superato (almeno per la maggior parte del pubblico).

Ma per chi – grazie allo streaming – ormai dà per scontata la possibilità di saltare freneticamente da un brano, o la comodità di esplorare un’artista affidandosi a quelle orripilanti playlist messe insieme con criteri imperscrutabili (e spesso addirittura troppo lunghe): sappiate che non è stato sempre così.

Ci sono molte compilation nella lista dei 500 album più importanti di sempre stilata da Rolling Stone, magari soprattutto per raccogliere la produzione di quegli artisti di un tempo in cui il formato album era un’eccezione. The Sun Sessions di Elvis Presley occupa addirittura l’undicesimo posto , poco più indietro The Great Twenty-Eight di Chuck Berry (n° 22) e The Complete Recordings di Robert Johnson (n° 23).

Ma a parte il passato remoto, c’è davvero qualche dubbio su quanto siano stati influenti (e siano straordinari oggi) Singles Going Steady dei Buzzcocks (n° 360) o Substance 1987 dei New Order (n° 363)?

Nel 2012, Noel Gallagher spiegò così a The Quietus la scelta di includere tra i suoi 13 album preferiti Best Of The Who: «da che ero un teenager e fino anche non ho effettivamente tirato su qualche soldo, i best of erano tutto quello che potevo permettermi […]. Quando puoi comprarti un solo disco ogni quindici giorni o quello che è, comprare un album è una scommessa troppo grossa. Allora un best of, perché è per forza il meglio!». La cosa vale per Noel e – immaginiamo – per molti altri che non sono nati con tutto l’attuale ben di dio a disposizione.

Senza arrivare alle vette dei 500 album di RS, iniziamo a raccontare di 100 raccolte che comunque, per un verso o l’altro, girano molto bene.

Huey Lewis & The NewsThe Heart Of Rock’n’Roll: The Best Of Huey Lewis & The News (1992)

Yuppie rock: la legacy degli Huey Lewis & The News sta tutta nell’etichetta che loro stessi ebbero cura di cucirsi addosso, scrivendo una serie di brani inoffensivi, disimpegnati e assolutamente catchy, mirati dritti alle orecchie di tutti gli arrivisti di Wall Street e dintorni, presissimi dai loro lavori strapagati, dalle loro donne bellissime scarrozzate su auto sportive verso lussuosi cocktail party. Ed altrettanto presi – come raccontato da American Psycho – dai loro istinti omicidi. D’altra parte, non risulta che Huey Lewis protestò quando Bret Easton Ellis decise di legare proprio questa musica ad uno dei crimini più cruenti di Patrick Bateman, in una scena poi diventata culto cinematografico. (per dire: Kanye West annunciò così Yeezus). Ma i ragazzi sapevano scrivere, avevano un ottimo tiro e anche un po’ di pedigree (furono la backing band di Elvis Costello in My Aim Is True!). Insomma, tra le tante cose pessime degli anni ’80 – il synth pop plasticone, l’hair metal, i new romantic – lo yuppie rock firmato Huey Lewis And The News è roba di gran classe o, alla peggio, un peccato veniale.

PulpHits (2002)

A dar retta a Hits, sembra che i Pulp siano una band nata, cresciuta e morta negli anni ’90 del britpop. Non è vero, nel senso che il loro debutto risale addirittura al 1983, ma è innegabile servì loro un decennio per farsi notare davvero (e vendere), e questa raccolta si concentra su quel periodo straordinario: brani capaci di far esplodere Glastonbury in una sola voce, illuminanti follie figlie di Scott Walker e – su tutto – l’ironia amarissima e disincantata di Jarvis Cocker, mente acuta ed irrefrenabile.

The Beatles(2000)

Vent’anni fa, 1 funzionò talmente bene che fu seguito a ruota da tutta una serie di raccolte di “numeri uno” pesantissimi (Michael Jackson, Pink Floyd, Rolling Stones, Bee Gees, Elvis Presley), di fatto innescando la retromania del nuovo millennio. Ma soprattutto, questa raccolta presentò i Beatles ad un’intera generazione che oggi tiene famiglia, perpetrando il mito. A conti fatti – grazie al criterio di selezione (tutti i brani finiti al n° 1 in UK e USA) – da allora è la compilation perfetta dei Fab Four: più compatta rispetto alle leggendarie raccolte degli anni ’70 (quella rossa e quella blu), meno dispersiva rispetto ai tre volumi della Anthology dei ’90 e più eccitante di Past Masters.

Black SabbathWe Sold Our Soul For Rock’n’Roll (1975)

I primi cinque anni dei Black Sabbath, gli unici che meritano di essere ricordati per sempre. Un best of che fotografa la band nel suo periodo migliore e più influente: l’effetto è quello di volerne ancora – fortunatamente da Black Sabbath a Sabbath Bloody Sabbath sono tutti dischi eccezionali (è rappresentato anche Sabotage, ma non a caso con la sola Am I Going Insane). Praticamente le tavole della legge dell’hard rock.

AerosmithBig Ones (1994)

Ciò che più accomuna gli Aerosmith ai loro idoli Rolling Stones (a parte droghe, etc..) è la gran quantità di best of pubblicati apparentemente a caso. È vero che Aerosmith’s Greatest Hits (1980) è l’unico passato alla storia (Walk This Way e Dream On: tanto basta), ma Big Ones copre il periodo in cui Steven Tyler & co. ritrovarono lo smalto ed il successo dopo la collaborazione con i Run-DMC a metà anni ’80 (Permanet Vacation, Pump e Get A Grip: tre dischi di platino consecutivi) ed assicura così un’ora e venti di adrenalina purissima. Tra boogie lascivi, urla da spaccare i vetri e ballatone strappamutande (Crazy, anche per il video con Alicia Silverstone e Liv Tyler), è come un blockbuster hollywoodiano: eccessivo, scontato, ma  divertentissimo e impossibile da ignorare.

Robbie WilliamsGreatest Hits (2002)

Robbie Williams è la stella del pop degli anni ’90 ed è impossibile far finta di niente. Ma non è per questo che includiamo qui il suo greatest hits, né per tributargli il notevole merito di essere riuscito a non farsi ricordare come “l’ex Take That“: no, è che ogni tanto ci sta di essere meno altezzosi e riconoscere che questi sono 17 brani praticamente perfetti, a tratti anche coraggiosi, magistralmente scritti e tutt’altro che finti o plasticosi. Ne aggiungiamo due dal periodo successivo: Tripping e CandyMusic for the masses, allo stesso modo degli ABBA o di Madonna (e giù indietro fino ai Beatles – va detto ache questo).

SkatalitesFoundation Ska (1997)

Di fatto gli Skatalites durarono pochissimo, ma tra il 1964 e il 1965 registrarono queste 32 authentic ska hits alla corte di Coxone Dodd, uno dei due producer-padrini del suono giamaicano. Foundation Ska arrivò nella seconda metà degli anni ’90 a ravvivarne il mito, con un libretto zeppo di storie, annotazioni e dettagli vari. E a ribadire che tutta quella roba definita ska dopo di loro non ha senso.

Teenage Fanclub – Four Thousand Seven Hundred And Sixty-Six Seconds: A Short Cut To Teenage Fanclub (2002)

È molto facile rimanere lì a contemplare gli album dei Teenage Fanclub, indecisi su quale suonare. Bandvagonesque? Grand Prix? Magari A Catholic EducationSongs From Northern Britain? Questa raccolta dal titolo assurdo toglie dall’imbarazzo. Un’ora e venti di melodie sixties, chitarre che facevano impazzire anche Kurt Cobain, e poco conta che ora gli scozzesi non brillino più come allora.

The Jon Spencer Blues Explosion – Dirty Shirt Rock’N’Roll: The First Ten Years (2010)

Il garage-rock della Jon Spencer Blues Explosion è roba ad altissimo tasso di adrenalina ed è grezza, abrasiva, sguaiata e satura ai limiti dell’autismo. Non per tutti. Ma magari un assaggio da questa compilation male non fa: un bel giretto in un decennio (i ’90) in cui il blues revival nemmeno esisteva e band come White Stripes e Black Keys stavano ancora cazzeggiando al liceo. Ennesima conferma che nulla si nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

The Rolling StonesSucking In The Seventies (1981)

Mettiamola così: titolo assolutamente onesto, considerando che il vero meglio dei Rolling Stones degli anni ’70 (cioè Sticky Fingers e Exile On Main St.) fa storia a sé e comunque semmai andrebbe cercato nella precedente raccolta Made In The Shade (1975). Qui dei seventies di Mick & Keith c’è il resto, la seconda metà, praticamente le briciole (diciamo così, anche se l’unità di misura del periodo erano i grammi). Sucking In The Seventies addirittura lascia fuori il miglior singolo del quinquennio ’76/’80 (ovviamente Miss You) e si concentra sulla polvere di stelle: Hot StuffIf I was A Dancer (Dance pt. 2), Fool To Cry, Everything Is Turning To Gold… sono i Rolling Stones emotivamente instabili, fighetti, totalmente in balia di Jagger e persi in una gran nube psicotropa. Ma è un racconto a suo modo straordinario, e quando si arriva in fondo – a Beast Of Burden – la sensazione è addirittura quella che sia stato tutto un brutto sogno (in realtà no e degli Stones dal 1980 in poi abbiamo detto qui).