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AAVV – Johnny Greenwood Is The Controller

La verità è che Johnny Greenwood non era proprio la persona più qualificata per mettere insieme una compilation per la gloriosa Trojan Records, tanto meno considerando che sarebbe stata una delle uscite di punta in vista delle celebrazioni per il 40° anniversario dell’etichetta (2007).

Però accettò la proposta con entusiasmo, mosso da una buona dose di curiosità e dalla sana invidia che nutriva verso il suo tecnico delle chitarre Duncan Swift: «lui ascolta quella musica ossessivamente – avrebbe raccontato anni dopo intervistato da Matt Everitt su The First Timee trovo molto interessante che non senta il bisogno di ascoltare altro. Immagino sia perché il suo è un ascolto molto serio, esaustivo. Ricordo che ero invidioso, come se mi stessi perdendo qualcosa. Quindi quando mi chiesero di fare quella raccolta fu la scusa perfetta per ascoltare solo quella roba per mesi, esplorarla sul serio, e fu grandioso».

Il risultato della sua full immersion nel catalogo Trojan fu, appunto, Johnny Greenwood Is The Controller, raccolta curiosamente pubblicata ad un anno di distanza da Radiodread, disco-tributo con cui i neworkesi Easy Stars All-Star  rileggevano per intero Ok Computer. Da queste due uscite non si segnala alcun ulteriore flirt – diretto o indiretto – della band di Oxford con la musica caraibica.

Questa compilation va ricordata e ripescata per diverse buone ragioni, non ultima l’artwork meravigliosamente personalizzato da Stanley Donwood, che prese l’iconografia dei Radiohead immergendola nei colori della Giamaica e nel contesto freak di molte delle tracce scelte.

E la selezione, ovviamente, da apprezzare particolarmente perché si mantiene in perfetto  equilibrio tra l’entusiasmo della scoperta e la voglia di proporre qualcosa di felicemente oscuro.

Insomma, diciassette brani che si possono dividere tra classici (Beautiful And Dangerous di Desmond Dekker, Cool Rasta degli Heptones, I’m Still In Love di Marcia Aitken, Dread Are The Controller di Lival Thompson, This Life Makes Me Wonder di Delroy Wilson), riscoperte come le riletture Fever ad opera di Junior Byles e quella di Let Me Down Easy affidata alla voce da tenore di Derrick Harriot, e chicche che vanno ad affondare in quel limaccioso e tutt’altro che intuibile confine tra dub, rocksteady, rootsreggae (su tutte: Right Road To Dubland, Dreader Locks, Black Panta, Bionic Rats).

Quasi inutile dire che la mano di Lee ‘Scratch’ Perry sta in moltissimi episodi: «credo non sia affatto strano comparare il suo lavoro con le sperimentazioni dei Beatles o con quello di compositori come Stockhausen», conclude Greenwood nelle note dell’edizione.

Johnny Greenwood Is The Controller può essere un inizio perfetto per una full immersion nel suono della Giamaica, oppure per esplorare un punto di vista diverso. O, ancora, come strepitosa alternativa alle playlist dei giorni nostri. In ogni caso: una compilation da riscoprire, consumare e conservare con una certa gelosia.