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Albert King – I Wanna Get Funky

Chissà cosa ne pensò il diavolo, di I Wanna Get Funky.

D’altra parte, per suonare il blues come aveva fatto fino a quel momento, Albert King gli aveva evidentemente venduto l’anima; ora – all’inizio dei seventies – sembrava la stesse vendendo di nuovo, stavolta per rimanere a galla.

E però, fino a prova contraria, uno di anima ne ha una sola (forse, al più).

Born Under A Bad Sign lo aveva messo sulla mappa ed aveva mostrato il suo incredibile talento; da quel momento Albert King non aveva affatto tentato di passare per un purista del blues, al contrario si era assolutamente sintonizzato con la scena: aveva flirtato con i Doors, aveva pubblicato un intero album di cover di Elvis Presley (Blues for Elvis – King Does the King’s Things), aveva ringraziato i Rolling Stones per la considerazione rileggendo la loro Honky Tonk Women.

Già con Lovejoy (1971) Aveva anche fiutato che tutta questa mania del blues stava un po’ scemando: gli stessi ragazzi bianchi che avevano riportato a galla la black music ma ora si stavano orientando verso dinamiche diverse.

Allora aveva iniziato a chiamare a raccolta la sezione ritmica dei Bark-Kays e i fiati dei Memphis Horns, si chiuse negli studi Stax e nel 1972 registrò I Wanna Get Funky, poi pubblicato nel 1974

I fiati, le atmosfere tanto liquide che che vanno a sfiorare quelle di Hot Buttered Soul, contemporaneamente ben guardandosi dall’aderire al modello blaxploitation che andava per la maggiore, la chitarra però sempre in primo piano e un bel mix di cover e originali (tra le prime incredibile la rilettura di ICrosscut Saw, tra i secondi splende Travelin’ Man): il risultato è che I Wanna Get Funky esplode dall’impianto stereo con una potenza inaudita, mischiando fumo, sudore e sensualità.

Un album che è supremo incrocio tra tradizione blues e approccio funk, e paradigma di moltissime cose che verranno.