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Aphex Twin – Selected Ambient Works Volume II

Aphex Twin raccontò di aver composto la maggior parte di Selected Ambient Works Volume II in sogno.

Non nello stesso senso in cui Keith Richards si sognò il riff di (I Can’t Get No) Satisfaction, ma nel corso di vere e proprie esplorazioni onironautiche: «durante sogni lucidi – spiegò. Fare sogni luci vuol dire essere coscienti del fatto che si sta dormendo, e di stare sognando, ed essere capaci di agire mentre si è quello stato. Una tecnica che ho imparato da piccolo. In questo modo nel corso degli anni ho fatto praticamente ogni cosa, compreso chiacchierare e scopare con chiunque mi andasse […] Spesso mi butto giù da un grattacielo, o da una scogliera, e all’ultimo istante sparisco. È ben realistico».

Il naturale scetticismo di fronte ad una affermazione del genere (comunque non esattamente rassicurante) dura giusto il tempo di avviare l’ascolto, perché navigando in SAW II ed una volta riemersi dall’altra parte di queste due ore e quaranta molti dubbi si diradano: il secondo album di Aphex Twin sembra effettivamente un lunghissimo vagheggio tra diversi stati di coscienza e percezione.

Oggi è un classico, o qualcosa del genere, ma al tempo (marzo 1994) ci si attendeva tutt’altro, soprattutto perché l’ep On (novembre 1993) sembrava assecondare il desiderio di molti di avere qualcosa che – quanto a dinamiche – seguisse il percorso tracciato da Selected Ambient Works 85-92. Il video di On, poi, diretto da Jarvis Cocker, aveva alimentato il culto.

E invece no, arrivò Selected Ambient Works Volume II – cioè effettivamente un album ambient, lunghissimo, di ventiquattro brani senza nemmeno un titolo ufficiale (uno sì, a dirla tutta, il primo del secondo disco: Blue Calx) e ad oggi comunemente conosciuti (a dispetto delle intenzioni di Aphex Twin, probabilmente) con i nomi che la comunità di adepti ha dato loro.

Per tutto il tempo di SAW II le sinapsi fanno giri immensi. È come trovarsi in una stanza degli specchi dove tocca fare i conti non solo con le continue immagini deformate di sé, ma con una infinita serie di stimoli sonori non univoci: nenie sfasate, piccoli carillon alterati, spettri, venti che levigano pietre e sollevano polvere, scricchiolii, gocce, orologi impazienti e creature enigmatiche.

I toni oscillano in continuazione ed è difficile dire se ciò che si ha di fronte assomigli di più ad un orizzonte placido o ad un campo lungo che a guardar bene cela qualcosa di terrificante ed atroce.

Pochi punti di riferimento: #9 (Weathered Stone) pare provenire da SAW 85-92, però è drogata e soffocata; in #3 (Rhubarb) sembra di precipitare in un documentario sula vita oceanica, di quelli in cui si possono osservare le razze volare nel blu dell’acqua fino a rimanerci seriamente sotto; #20 (Lichen) ha una melodia flebile come il risveglio di malavoglia; #12 (White Blur 1) suona come una scatola nera arrivata direttamente dall’inferno; #17 (Z Twig) è una piccola fioritura orientale.

E via così.

Dopo quella lunghissima oscillazione di toni che è #23 (White Blur 2), Selected Ambient Works Volume II si congeda con una certa rigidità ieratica (#24Matchsticks). Ma per quanto l’esperienza sino a quel momento sia stata – per certi versi – addirittura dantesca, non è certamente un uscimmo a riveder le stelle. Anzi: il formalismo della conclusione di questo album suggerisce che fuori dalla stanza degli specchi non c’è altro che il grado zero delle nostre paure, o delle nostre fantasie.