Dischi

Arctic Monkeys – AM

arctic monkeys AMLa prima cosa è il lessico di Alex Turner.

Nonsense ispirato a filastrocche per bambini, assonanze, slang, ripescaggi di John Cooper Clarke, vivide narrazioni di abbordaggi in bar affollati, amori e scopate trovati e persi lungo la strada, doppi sensi e metafore, personaggi, la rottura con Alexa Chung sparsa un po’ ovunque: tutte cose di cui AM trabocca, in perenne oscillazione tra desideri soddisfatti e scottanti frustrazioni. Magari è difficile farci caso, soprattutto per i non anglofoni – anche perché si tratta di una trama fitta fitta, spesso sepolta sotto una notevole propulsione – ma è il lessico che innalza questo quinto disco degli Arctic Monkeys. Non è certo una novità, è una evoluzione del verismo urbano e minorenne di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not.

La seconda cosa è il suono.

Chiuso il capitolo Suck It And See, i Monkeys erano partiti con l’intenzione di registrare un disco che suonasse come «gli Spiders From Mars che fanno cover di Aaliyah»: e infatti AM poggia sulla sezione ritmica soprattuto (e non sulle chitarre come il precedente), fagocitando un sacco di soul, r&b, doo-wop e rispuntando fuori tutti questi generi: anabolizzati (Do I Wanna Know? – «è una Are You Lonesome Tonight con i razzi propulsori!»), invischiati con i Black Sabbath (Arabella), ricoperti di miele (Mad Sounds), addirittura incrociati con l’hip hop (Why’d You Only Call Me When You’re High) o con spunti da musical (Snap Out Of It); e all’apice di AM – per architettura, per lascivia, per fluidità, per sintesi e rielaborazione di influenze – c’è Knee Socks.

La terza cosa è il look.

Turner ormai sfoggia un ciuffo da rocker degno di John Lennon ai tempi di Amburgo, spesso e volentieri giacche di pelle e la sua attitudine sul palco non è più quella del timido inglese provinciale: l’espansività è un’altra cosa, ma flirta e gioca con il pubblico come mai prima.

È curioso come i due gemellini del britrock abbiano preso strade (che se fossimo in Quadrophenia sarebbero) inconciliabili: qui rocker (ma sensibile e vulnerabile) e di là Miles Kane il mod (ma fuori tempo massimo); l’uno si ispira tanto a Drake quanto a Josh Homme, l’altro riconosce Paul Weller quale padre putativo.
Corsi e ricorsi, strane pieghe degli eventi inimmaginabili al debutto (di entrambi).

Fatto sta, per tornare alla sostanza di AM, che gli Arctic Monkeys hanno tirato fuori dalla manica un bell’asso: in un anno è cresciuto, ha portato i ragazzi di Sheffield ovunque nel mondo, ha fatto breccia in USA e attirato molti haters. La realtà è che, guardandolo oggi dalla giusta distanza, – questo album è un classico del decennio.

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