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Arctic Monkeys – Tranquillity Base Hotel + Casino

Dimenticatevi tutto, dimenticatevi dei ragazzini terribili di Sheffield che abbiamo conosciuto all’esordio poco più di 10 anni fa (oggi che ne sembrano passati molti di più), di quelli che volevano fare gli adulti scorrazzando nel deserto con Josh Homme, scordatevi delle loro pose più classiche e di quelle retrofuturistiche innamorate di Drake (AM), resetatte ogni suono che ci hanno spacciato fino adesso.

Adesso che, in qualche modo, degli Arctic Monkeys che furono rimane solo Alex Turner: relegati i suoi compagni a comprimari o quasi, per tutta la durata di Tranquillity Base Hotel + Casino lui si aggira in questo immaginario resort fatto di solitudine, insicurezza, vacuità, smettendo per la prima volta la freschezza della gioventù e vestendo i panni della rockstar consumata (forse il primo in Inghilterra ad aver titolo per farlo nel nuovo millennio), del crooner, stretto a braccetto con Leonard Cohen.

E’ una rivoluzione copernicana notevole, perché le chitarre sono relegate ad un ruolo molto marginale (ma qualche volta oggettivamente gustoso), via i ritmi sostenuti, e ci si trova tutti raccolti nella sala dell’hotel – superalcolici alla mano, pianoforte, batteria, voce e poco (pochissimo) altro.

Se gli Arctic Monkeys lasceranno mai questo posto, oggi non è dato sapersi (probabilmente si), tantomeno per dove. Rimane il fatto che con Tranquillity Base Hotel + Casino hanno dato uno spazio architettonico alle ossessioni ed alle ansie, hanno sconvolto il loro approccio e ficcato ancora più al centro della scena Turner e le sue liriche senza eguali (o meglio: che per trovare un qualche paragone recente occorre guardare ai Pulp e Jarvis Coker).

In tutto questo, peraltro, trova posto senza contraddizione tutta un’altra serie di considerazioni: un conto è crescere, un altra cosa è invecchiare (e qui gli Arctic Monkeys suonano piuttosto polverosi); un conto è il coraggio, un’altra cosa è la pretenziosità (e questo album è entrambe le cose). Ma alla fine, la poesia in sé è una sfida alla noia ed è stata vinta: catturare l’attenzione con il verbo e non con il suono, trucco rischiosissimo di questi tempi.