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Autechre – Incunabula

Come suggerisce il nome (latino, nella culla), Incunabula può essere un ottimo punto di partenza dal quale iniziare ad esplorare il mondo incredibile degli Autechre, a patto di tener presenti alcune cose fondamentali e prima tra tutte che capire quel mondo rimarrà sempre un’impresa difficilissima se non impossibile.

Incunabula (1993) non fu concepito come un album, è una raccolta di tracce che Sean Booth e Rob Brown avevano già pronte, ma sparse.

Fa parte di una serie di uscite che Warp Records tra il 1992 ed il 1994 battezzò Artificial Intelligence, per mostrare un nuovo lato della musica elettronica dedicato soprattutto al cervello ed all’ascolto. Insomma, un passo avanti (o di lato) rispetto alla rave culture allora dominante.

Anzi, Artificial Intelligence nacque proprio grazie agli Autechre; affascinata dal loro disco a nome Lego Feet e soprattutto dal successivo ep Cavity Job (entrambi del 1991), la Warp era alla ricerca di un contesto all’interno del quale pubblicare la musica di Booth e Brown e lo creò così.

Altra cosa: come ogni successiva uscita del duo, Incunabula è qualcosa di unico; è solo un momento.

Per questo motivo cominciare a conoscere gli Autechre dal loro principio è un mero esercizio di cronologia: il punto d’ingresso può essere tranquillamente un altro; ogni loro album è un’isola – paradisiaca o infernale – e solo la prospettiva, uno zoom out, rivela che fa parte di un atollo. Quindi, in qualche modo, Incunabula è soltanto l’isola più grande del loro atollo più datato (insieme a Lego Feet, Cavity Job e le due tracce sulla prima raccolta Artificial Intelligence: Crystel e The Egg).

In altre parole, la centralità di questo album in una discografia eterogenea almeno quanto quella di Miles Davis, o stratificata come la produzione di Picasso (eh sì) è assolutamente relativa. Però – a livello assoluto – sta lassù in uno specifico Olimpo insieme Selected Ambient Works 85-92 di Aphex Twin e forse davvero null’altro.

Ancora: come da manifesto programmatico Warp, Incunabula ha poco a che fare con  il dancefloor, a meno di non trovarne uno infilato chissà come in una caverna buia e fredda, sotto la costante minaccia di creature che era meglio non disturbare («il cervello – dirà Booth – codifica quello che si ascolta e interpreta il riverbero come la misura di una distanza. Perciò, se un certo riverbero che cambia forma ti dà la sensazione di una caverna che cambia forma, è ok così»).

Ma ascolto dopo ascolto si rivela molto meno oscuro di quanto potrebbe sembrare ad un primo impatto. Anzi (spoiler!) difficilmente negli anni a venire gli Autechre saranno tanto fluidi o persino fruibili.

All’improvviso, la percussività strisciante che aveva dominato i primi 3′ e 45″ di Eggshell si fa da parte e lascia il posto ad una melodia; sta lì da sola per un attimo ed è angelica, cristallina, molto catchy. Più avanti, riappare e sparisce, trascinata insieme al resto dell’impianto propulsivo del brano. Era accaduta la stessa cosa anche prima, in Autriche, mentre Bike è costruita su un loop che avrebbe innalzato qualunque folla invece rimane lì – per quanto sia il più grande e distinguibile dell’intero disco – in versione bonsai. In Maetl ogni cosa sembra distorta, trasmessa attraverso un tubo catodico sputtanato. Lowride è un’apoteosi chill/lo-fi hip hop mai sentita altrove.

Ciò che rende incredibile il primo lavoro degli Autechre – e che lo eleva al di sopra di una miriade di altre uscite, alcune delle quali invecchiate male – sta nelle pieghe di tutto questo: le sue dinamiche iper-stratificate, le ritmiche techno-narcotiche, il tuo tenersi ben lontano da ogni austerità, sostanziale o formale.

Il suono di Incunabula deriva da circuiti, sequenze, macchine: ma si muove e si sviluppa come un organismo.