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The Beatles – The Beatles Live At The Hollywood Bowl

beatles_hollywood_bowl«La Apple Corps è una democrazia, io sono solo uno dei votanti. Le questioni sui Beatles vanno da sé. Qualcuno salta su e dice: “Ron Howard vorrebbe fare un documentario”. Io voto si o no. In questo caso, sì: è uno bravo»: così Paul McCartney, intervistato da Rolling Stone, ha chiarito come vengono prese le decisioni sul catalogo dei Fab Four e su ogni altra questione riguardante il loro lascito.

E sì, visto Eight Days A Week: The Touring Years, Ron Howard è uno bravo o almeno uno che ha avuto un’ottima idea (molto semplice): cercare tra fan, radio e televisioni di ogni caratura qualunque cosa potesse essere ancora inedita – audio e video dagli esordi fino al concerto di addio del 1966; più o meno a sorpresa, di roba ne è venuta fuori molta (compresi filmati che da allora giacevano negli archivi della suddetta Apple).

Il docufilm riesce a trasmettere un’idea di precarietà finora sempre tramandata ma mai davvero vista: i Beatles – la loro grandezza, l’isteria che creavano – in quegli anni erano qualcosa di completamente nuovo.
Le conseguenze: palco affidato a due soli roadie, i primi tour della storia negli stadi in condizioni impossibili (per tutti, pubblico compreso), fughe dai fan in delirio, scontri con la polizia, un ritmo che imponeva di registrare una canzone da zero in un’ora e mezza, un singolo ogni tre mesi ed un album ogni sei per sfruttare il momento, ogni momento.
Logorio alla lunga inevitabile, ma i Fab Four erano una gang uscita dalle peggiori topaie di Amburgo; fratelli acquisiti, con un inaspettato senso dell’umorismo a renderli refrattari a tutta quella pressione.
Eight Days A Week: The Touring Years è quindi una specie di romanzo di formazione: come quattro ragazzi di Liverpool sono diventati la band più importante di sempre (e cioè crescendo e decidendo di prendere il mano le redini del proprio destino).

Allo stesso modo, l’idea che potessero durare più di qualche mese (anno, al massimo) allora era del tutto esclusa, quindi non deve sorprendere più di tanto che i loro concerti siano stati registrati solo in due occasioni nel 1964 e nel 1965, in entrambi i casi alla Hollywood Bowl di L.A.

The Beatles Live At The Hollywood Bowl, che accompagna il film di Ron Howard, è quindi una riedizione dell’unico album dal vivo dei Beatles, pubblicato nel 1977 con il titolo The Beatles At The Hollywood Bowl, una qualità infima (semplicemente: si sentivano solo urla del pubblico) e presto finito nel dimenticatoio, pecora nera del catalogo di release ufficiali.
Giles Martin ci ha messo le mani e grazie alla tecnologia di oggi è possibile, finalmente, ascoltare i Fab Four all’opera e qualche altra traccia esclusa dalla prima pubblicazione.

Estrapolato dal suo contesto – che è, inequivocabilmente, Eight Days A Week: The Touring Years – pare ovviamente un relitto senza tempo, anche in ragione di oltre cinquant’anni passati a familiarizzare con questi suoni.
Ma insomma, la prova definitiva di che razza di performer fossero quei quattro è qui: tra loro non riuscivano a sentirsi (niente spie, ovviamente: nel film Ringo ammette che per capire a che punto stessero le canzoni gli toccava osservare il ritmo dei piedi dei suoi compari, o il loro sculettare) ma non c’è una nota sbagliata, un attacco fuori tempo, nulla che stoni o di lontanamente incerto.
Pare, insomma, che quelle esibizioni non risentissero minimamente dell’ambiente circostante: dev’essere stato uno sforzo di nervi mostruoso, agevolato comunque dal fatto di aver ripetuto le stesse cose per centomila volte ed una in più.
Ah, e la sezione ritmica Starr-McCartney è sovrumana.

Ciò detto, ora anche The Beatles Live At The Hollywood Bowl ha ritrovato dignità nella discografia dei Fab Four (bene), che le BBC Sessions sono al loro posto (bene), che le riprese del famoso rooftop concert sono state restaurate a dovere (ottimo), sarebbe forse il caso di passare oltre e offrire una pubblicazione ufficiale allo sterminato materiale alternativo prodotto in studio negli anni 1966-1970 e disponibile in versione bootleg: roba tipo The Other Way Of Crossing Abbey Road o The Alternate Revolver farebbe la felicità di molti, fornirebbe la colonna sonora perfetta per libri come The Beatles di Ian McDonald e – in fondo – non esisterebbe miglior sussidiario per i musicisti; Let It Be… Naked questo era.

O scoprire davvero il processo creativo dei loro anni più straordinari sarebbe troppo complicato e faticoso, anche perché intaccherebbe la magia? Qualcuno alla Apple Corps chiarisca.