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Black Rebel Motorcycle Club – Wrong Creatures

Una soffocante foschia che sale nella penombra. Rintocchi pesanti, rituali e meccanici si avvicinano minacciosi.

Così, con l’atmosfera inquietante ed evocativa da messa nera di DDF, si apre Wrong Creatures, ottavo album dei californiani Black Rebel Motorcycle Club, pubblicato il 12 gennaio a cinque anni da Specter At The Feast.

Poi arrivano le chitarre ruggenti di Peter Hayes ed è subito la cavalcata inesorabile dei reietti di Spook. Quindi la batteria dall’incedere ossessivo di Leah Shapiro in King Of Bones, che torna, incalzante e potente, in Little Thing Gone Wild. Infine la voce di Robert Levon Been, che come d’abitudine è un lamento rarefatto che ci chiama dalla nebbia e ci attrae verso la rovina come il canto ammaliante delle sirene.

Perno centrale del disco è Question Of Faith, vertice d’equilibrio stilistico e apice compositivo dell’album, che ci riporta ai migliori passaggi dell’omonimo esordio del 2001.

Non mancano le consuete ballate dolenti, che hanno il passo pesante dell’inevitabile sconfitta di Haunt o che concedono qualche raro sprazzo di speranza e redenzione, qualche pallida apertura alla luce (la fuga di Echo o i muri del suono di Ninth Configuration o della nebulosa Calling Them All Away).

Unica nota veramente fuori posto è forse il luna park degli orrori della sgangherata Circus Bazooko.

Wrong Creatures è un’ora di accogliente oscurità, cullante e inesorabile come il calore della rassegnazione, il sollievo di chi ha dato tutto e si abbandona alla sconfitta, accettandola per assurgere ad un più alto grado dello stato dell’essere (la conclusiva All Rise, non lontana dal Nick Cave più nero e messianico).

Un disco che ci mostra una band consapevole e fiera della sua identità, che ripropone il suo stile con maturità, pur iniziando ad avvicinarsi al pericoloso limite del manierismo e dell’autocitazione. Nulla che alzi o sposti significativamente il livello del loro percorso artistico, ma nemmeno, fortunatamente, un passo indietro.