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Blur: addio all’amico ritrovato.

Con buona (ottima) approssimazione, ieri si è chiusa l’avventura dei Blur, anche se c’è moltissima carne al fuoco.

Anzitutto Blur 21, una raccolta di quelle che fanno pensare che qualcuno si sia messo lì a raschiare il fondo del barile: tutti i dischi rimasterizzati (Best Of compreso), un bonus disc per ognuno, quattro cd di rarità varie (jam, versioni alternative, remix, live, Under The Westway e Fool’s Day, e chi più ne ha più ne metta) e tre dvd. Chicche a parte, se siete affezionati a qualche album in particolare (e non avete più di 100€ da tirare fuori), nei negozi trovate anche ciascuno dei dischi in versione deluxe.

Ma poi. La performance di ieri ad Hyde Park è stata registrata, e da questa sera è disponibile in download (l’edizione fisica tra meno di una settimana) Parklive, celebrazione gioiosa della catarsi finale dei giochi, giusto per lenire un post orgasmic chill terrificante. Ça va sans dire, pure questa uscita sarà presto corredata di bonus e dvd.

E tutto questo senza contare la già citata Under The Westway e The Puritan, le ultime gocce inedite di questi ventun’anni, licenziate nei mesi scorsi.

Dal punto di vista commerciale i Blur sono spremuti come limoni: business is business e ormai per guadagnare bisogna fare così.

L’altra faccia della luna è che ormai la chimica che Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree hanno saputo mettere insieme è di dominio pubblico, anzi, appartiene al pubblico.

Pare una dichiarazione di intenti: siamo stati tutto questo, lo scherzo e la malinconia, la satira ed il cuore infranto, gli anni ’90 passati a sventolare la Union Jack, a bucarsi, ubriacarsi, raccontare, e i 2000 trascorsi in giro, le tasche appesantite da passaporti zeppi di visti, e poi il ritorno verso Ladbroke Grove, che taglia in due Notting Hill, ignorandola, e risale a nord, fino ad incrociare quella Westway già tanto cara ai Clash.

Svenati ed esangui, senza nulla più da mostrare.

Un paio di interviste di Albarn del maggio scorso (soprattutto quella rilasciata al Guardian) gettavano sul futuro dei Blur una luce chiara: a parte la voglia di esserci proprio nel momento in cui Londra ridiventava (sempre ammesso che avesse perso il titolo) capitale dell’Occidente, il resto… non c’era, semplicemente, alcun resto. Andarsene col botto, sì. Andarsene con Think Tank ancora a ronzare sullo stereo, a quasi dieci anni di distanza, ognuno per la sua strada. Stop anche ai Gorillaz, tra l’altro.

Lascia l’amaro in bocca, anche perché (altra rivelazione, oltre l’eroina dei ’90), i Blur pare si siano squagliati perché le cose tra Coxon e Albarn erano tornate serene, ma gli altri, la sezione ritmica, proprio non ne volevano sapere; e così, adieu. Si fosse mai capito che fanno, tra l’altro, James e Rowntree.

Lascia l’amaro in bocca, si diceva, perché Under The Westway, The Puritan e (soprattutto) Fool’s Day (2010), oltre che l’ultimo album di Coxon e le gemme pop sparse da Albarn su vari dischi nel recente passato (Melancholy Hill, Poison su tutte), facevano pensare che la vena fosse tutt’altro che esaurita.

E invece. Mettiamola così, come quattro tizi che ritrovatisi all’apice della celebrazione della quintessenza british di cui sono stati critici alfieri, anziché ritrovare vigore se ne chiamano fuori, non prima di avere festeggiato col botto.

E cosa ci resta, a parte i chili di riedizioni?
Dovessimo scegliere un’immagine, Parklife, suonata dall’orchestra del cerimoniale a Wembley: non in molti posso vantarsi di aver scritto l’inno nazionale.

2 comments on “Blur: addio all’amico ritrovato.

  1. Applausi per essersi tolti dalle palle. A prescindere dal fatto che mi piacciono quanto un Iveco parcheggiato sulle palle, credo che bisogni apprezzarli già soltanto per questo: sono sempre meno gli artisti che capiscono quando smetterla prima di cadere nel ridicolo.

  2. in effetti, è arte rara.

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