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Bob Marley & The Wailers – Exodus

Exodus è l’album di maggior successo di Bob Marley: pubblicato il 3 giugno 1977, finì altissimo in classifica su entrambe le sponde dell’Atlantico, è il disco più rappresentato su Legend, oggi sta regolarmente nelle classifiche delle migliori uscite di quel decennio e di sempre.

Contiene brani effettivamente meravigliosi, eppure c’è qualcosa che non va.

Ovviamente mancano Peter Tosh e Bunny Wailer, che avevano già mollato Marley da qualche anno (Burnin’ l’ultimo album insieme, quattro anni prima), però proprio qui la formazione dei “nuovi” Wailers trova finalmente la quadra assente sui precedenti Rastaman Vibrations e Natty Dread; strepitosa la sezione ritmica dei fratelli Barrett, incredibile la grazia chitarristica di Julian “Junior” Marvin, preziosissime le armonie create dalle I Threes (Rita Marley, Marcia Griffiths e Judy Mowatt).

La resa di Exodus, insomma, è perfetta: il suono pare galleggiare con grazia sovrannaturale dall’intro in fade in di Natural Mystic fino alla chiusura quasi hippy di Three Little Birds, che non sarebbe altrettanto efficace senza i continui innesti della chitarra solista; un’amalgama che non si scompone mai, è zen, è davvero roba fatta per raggiungere direttamente lo spirito. L’unico momento sopra le righe è la title track –  martellante, lo scalpitare di un intero popolo che marcia scalzo ma orgoglioso verso la terra promessa – con tanto di fiati e ritmi che paiono strizzare l’occhio alle discoteche del corrottissimo primo mondo.

Certo siamo lontani anni luce dal roots reggae degli esordi (v. Wail’n Soul’m Singles Selecta), qui definitivamente abbandonato in favore di un’architettura complessa che mette insieme blues, rock’n’roll e addirittura le ultime tendenze disco rivestendole di ritmica in levare; le melodie, le interazioni tra il basso e la batteria, l’uso della chitarra e la costruzione dei brani sono elementi che Exodus mutua direttamente dalla tradizione pop/rock anglo-americana (probabilmente il momento in cui questo è più evidente è Turn Your Lights Down Low, che nel mood e nello sviluppo ricorda Something – ovviamente non è altrettanto efficace ma non ci va molto distante).

Il cerchio si fa più stringente, ecco cosa pare mancare all’appello: il pericolo.

Il Bob Marley del ’77 non avrebbe mai cantato «if you are the big tree / we are the small axe, sharpened to cut you down / ready to cut you down», infatti non lo fa; preferisce non minacciare, non dare lezioni di alcun tipo o lanciare rivendicazioni politiche, ma ripiega in una comfort zone fatta in egual misura di spiritualità e sentimento (metà disco ciascuna, appositamente).

Forse perché si tratta di messaggi più vendibili ad un pubblico bianco, hanno detto e direbbero ancora in molti oggi (questi ultimi con il conforto dei milioni  di copie nel frattempo vendute); forse perché l’esilio forzato – Marley era stato vittima di un tentato omicidio alla fine del ’76 e aveva ripiegato a Londra: è il suo primo album registrato fuori dalla Giamaica – aveva portato con sé (necessariamente) un periodo di riflessione più che di azione (e, in ogni caso, un songwriting molto ispirato).

Fatto sta che il tono di Marley su questo album è quello di un uomo saggio («when the rain falls, it don’t, fall on one man’s house, remember that») o forse stanco di aspettare e che comunque non sa (più) a chi parlare davvero, ma che comunque ha messo da parte molta della sua irruenza; il che rende Exodus, in qualche modo, l’ultimo disco di reggae giamaicano e – contemporaneamente – il primo di una musica globale, globalizzata e dagli intenti molto annacquati.