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Bob Mould – Silver Age

bob-mould-silver-age«Now my race is finally run / and as I tumble to the sun /all these dreams I can’t achieve / brought me crashing to my knees / my descent has now begun / all the music left undone / my world, it is descending..»

Una delle cose più difficili in questa vita è la consapevolezza. Il rendersi conto, effettivamente e profondamente, delle cose. Del peso delle parole, della conseguenze dei gesti, dello scorrere del tempo.

Molte volte, propio sulla distanza dall’orizzonte misuriamo le nostre pretese, aspettative, speranze. Siamo mortali, certo, ma come ci sentiamo? Questo conta. Quante persone conosciamo che, puramente e semplicemente, non si rendono conto? E poi, più ci sentiamo mortali più dovremmo (forse) fare pace.

Questo sembra avere fatto negli ultimi tempi Bob Mould.

Il che è tutt’altro dall’ammorbidirsi: Silver Age è un album furioso.
E’ la mano che stringe il collo e spinge il volto davanti allo specchio a contare i capelli bianchi e le stempiature dell’essere. Senza amarezza, rancore, semplicemente con coscienza.

Mould non smussa gli angoli del proprio suono, anzi questo disco è una scheggia monolitica di power chords che soffre dell’unico difetto (?) di essere esattamente quello che: un album con una sola dimensione sonora, ma che traccia ancora una volta l’albero genealogico dell’alternative americano. Ed è sempre lo stesso: Bob Mould ne è il padre (insieme a pochi altri, vedi Alex Chilton), e certi suoi lavori (con gli Husker Du, con gli Sugar) ne sono ancora il manifesto programmatico e ne hanno dettato le regole sino adesso, sino a Japandroids, Metz, Jeff The Brotherhood e molti altri prima.

Se musicalmente Silve Age manca di un vero e proprio cambio di registro (peraltro non indispensabile in poco più di mezz’ora), la profondità dei toni è notevole. Mould appiccica sul suo muro del suono la mortalità (il singolo The Descent), il rifiuto senza compromessi delle facili scorciatoie (Star Machine: è una critica ai talent show o un appunto paterno all’indie svenduto?), la saggezza (all we cherish will decay / first time joy and last time pain), l’incrollabile fede nel suono (Keep Believing) e uno sberleffo al facile culto della celebrità (another live saint gonna take my place / you can say a cheap prayer to my pretty face).

This silver age is calling out a melody, dice lui, e questo album è la più perfetta testimonianza che per i titoli di coda c’è ancora molto tempo, e che ingrigirsi non porta con sé un cambiamento radicale, solo la consapevolezza necessaria per scegliere la strada, sia anche la stessa di prima.

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p.s.: nel novembre dello scorso anno il mito di Bob Mould è stato degnamente celebrato alla Walt Disney Concert Hall di Los Angeles, e i brani suonati quella sera sono ora gratuitamente scaricabili da qui.

 

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