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Bon Iver – i,i

Quattro tracce – da Yi e fino a Holyfields, – e l’unica domanda possibile è: Bon Iver ci sta prendendo per il culo?

Perché fino a quel momento i,i è poco più che un pugnetto di sketch sparsi e densissimi, una sorta di danza orgiastica in cui la voce di Justin Vernon è  (come al solito, ormai) filtrata, raddoppiata, dolcissima e buttata nel vuoto insieme a tessiture fatte di strumenti acustici, percussioni vere e sintetiche, fiati che procedono random e ritmi che accelerano e rallentano con altrettanta imprevedibilità.

Occorre arrivare a Hey, Ma per trovare qualcosa che sembri – ancor prima che familiare – un po’ più organico e compiuto; da lì in poi i,i sembra un’altra storia.

O almeno è in parte così, perché oggi l’attitudine di Justin Vernon è quella di lavorare parcellizzando i suoni e continuando a scomporli, ricomporli, rigirare gli elementi come in un infinito cubo di Rubik.

Non si arriva mai alla soluzione, ma se non altro ci si trova ad avere a che fare con sfaccettature molto affascinanti ed impensate: l’apertura melliflua, tesa e sconfinata di Sh’Diah, la polifonia corale di U (Man Like), l’accelerata che proietta Faith in un’altra dimensione, le percussioni di Salem (che poi sembra sfuggire via come gli U2 compressi e ridotti a microbi).

Insomma, 22, A Million ha spalancato la porta ed ecco cosa c’è dall’altra parte: una sorta di dimensione parallela in cui è impossibile misurare distanze, distinguere il sopra dal sotto, il cubo dal tondo, la voce dall’eco. E forse anche il serio dal faceto, la tristezza dalla gioia.