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Bruce Springsteen il generoso

 

Mi sono sempre visto essenzialmente come un musicista che suona dal vivo, perché la cosa che ho fatto per più tempo. Sono un musicista che suona. Vado in giro a suonare, facciamo concerti rock’n’roll in cui tutti si divertono. E poi, a margine, oltre a questo, scrivo canzoni e faccio dischi, ma mi sento davvero me stesso solo quando suono, quando sono in concerto.

Così Bruce Springsteen parlava di sé al giornalista Dave DiMartino nel 1980, alla vigilia della pubblicazione di The River. Considerava il songwriting un’attività marginale (avrà cambiato nel frattempo?), però scriveva tanto, tonnellate di roba spesso rimaste chiuse in un cassetto, scartate o date ad altri.

Prendiamo le canzoni firmate dal Boss e regalate in giro e facciamo un piccolo esercizio compilativo: ci sono casi clamorosi e perle da intenditori; badate, teniamo volutamente fuori tutti quei brani pubblicati da Springsteen per primo e poi portati al successo da altri perché si tratta di vere e proprie cover (l’elenco è molto, molto più lungo: magari ne riparliamo).

Grande fan di Elvis Presley (una volta tentò anche di intrufolarsi a casa sua), Springsteen scrisse Fire dopo aver assistito alla performance del re del rock’n’roll allo Spectrum di Filadelfia nel maggio del 1977. Credeva fosse perfetta per lui e gliela spedì, ma Elvis morì prima di riceverla: non sapremo mai se davvero l’avrebbe presa in considerazione. Il brano rimase fuori da Darkness On The Edge Of Town (1978) perché non c’entrava nulla con mood dominante dell’album e alla fine fu inciso dalle Pointer Sisters: nel febbraio 1979 divenne una hit (in classifica scavalcata solo da Da Ya Think I’m Sexy?) ed il loro maggior successo, con grosso disappunto del suo autore che non aveva ancora mai raggiunto quel tipo di gratificazione commerciale (ma immaginiamo  che le cospicue royalties abbiano almeno in parte lenito la tristezza).

Fire – null’altro che un pazzesco omaggio al sound delle Ronettes e dei gruppi femminili anni ’60 –  rimase comunque una presenza fissa nei live di Springsteen, tanto che alla fine fu inclusa in Live/1975-85 (1986) e fu scelta anche come singolo trainante dell’album.

Dello stesso periodo anche Because The Night, che tra tutte è l’esempio più clamoroso. Patti Smith stava lavorando ad Easter nello stesso studio di registrazione in cui Springsteen si scervellava nel mettere insieme Darkness On The Edge Of Town e Jimmy Iovine era l’ingegnere al servizio di entrambi: si intestardì sul fatto che Patti potesse rendere al meglio questo brano che il Boss aveva messo da parte bollandolo come «solo un’altra canzone d’amore» e che nemmeno aveva finito di scrivere.

Lei ne rimase folgorata e, come si dice, è storia: fu il singolo che trascinò Easter in classifica, che mise Patti Smith sulla mappa del rock’n’roll mondiale, che le procurò diverse accuse di essersi venduta e che lanciò la carriera di Jimmy Iovine.

Springsteen si riappropriò di Because The Night suonandola spesso dal vivo (includendola, anche in questo caso, in Live/1975-85) e la sua versione originale di studio (migliore di quella di Patti Smith? Sì) è stata infine pubblicata nel 2010 su The Promise, dove si trova anche quella di Fire.

In questo elenco trova posto anche un brano che sta molto (molto) in alto tra le cose di Springsteen che preferiamo in assoluto, ed è Seaside Bar Song. Il suo ritmo movimentato, il suo esistenzialismo a zigzag tra radio, automobili, donne affascinanti, Bo Diddley, sfrecciando sulla riviera del New Jersey ne fanno praticamente la sua canzone-prototipo. Ha un riff appiccicoso e dal vivo, ancora oggi, diventa una sarabanda indescrivibile.

Scritta nel 1973 per The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle, riapparve solo nel 1999 nel cofanetto di rarità Tracks (e nel suo spettacolare riassunto 18 Tracks) ma nel frattempo – non si sa per quali vie – nel 1978 era stata incisa dai misconosciuti francesi Little Bob Story: una versione nervosissima e comunque all’altezza dell’idea originale di Bruce, pur se molto meno credibile nelle loro mani (la riviera francese non è certo il Jersey, Parigi non è New York) e mischiata ad un riff preso in prestito dai Beatles.

A proposito di misconosciuti interpreti vanno anche citati i Rocking Chairs che nel 1987 presero incisero Restless Nights.

Si tratta di un brano lasciato fuori da The River – che oggi si trova su The Ties That Bind: The River  Collection, pubblicato nel 2015 – ma possiamo tranquillamente ammettere che non sia un capolavoro da qualunque lato lo si prenda.

Troviamo alcuni originali di Springsteen anche nella discografia del suo big man Clarence Clemons: non la sua più grande hit, You’re A Friend Of Mine (in coppia con Jackson Browne), ma  prima tra tutte Savin’ Up che sta su Rescue, album del 1983 accreditato a Clarence Clemons & The Red Bank Rockers.

Un’altra è la strumentale Summer On Signal Hill, che Clarence Clemons & The Red Bank Rockers utilizzarono come b-side e fu anche registrata dai Killing Joke nel 1991 (su Scene Of The Crime).

Springsteen non ha mai pubblicato le sue versioni di Summer On Signal Hill e Savin’ Up, entrambe risalenti al periodo di Born In The U.S.A.; invece su The Promise si trova Rendezvous, che apre With The Naked Eye, album del 1979 della Greg Kihn Band (e se vi state chiedendo chi diavolo siano la domanda è legittima).

A quella di studio, preferiamo di gran lunga la versione dal vivo che il Boss pubblicò su 18 Tracks, registrata nel 1980 al Nassau Coliseum di New York.

Ancora, moltissimi brani firmati da Springsteen si trovano scorrendo la discografia di Southside Johnny & The Asbury Jukes, band della Jersey Shore nella quale più o meno tutta la E-Street Band ha militato a periodi alterni: da The Fever, che per il Boss rimase sempre una demo da usare a scopi promozionali, a materiale che a suo nome non è mai stato ufficialmente pubblicato, come You Mean So Much to Me.

Ne vogliamo scegliere tre: la prima è Hearts Of Stone, che come molte di questa lista risale alla lavorazione di Darkness On The Edge Of Town; è la ballata che dà il titolo all’album più acclamato di Southside Johnny, datato 1978.

A voi giudicare se preferite questo trattamento o quello – sempre lento, forse in qualche modo più accorato – di Bruce, finito anch’esso su Tracks, o se preferite che quella parte lì sia un assolo di chitarra o di fiati.

Dallo stesso album Talk To Me, questa volta guidata dagli ottoni e ben più movimentata, molto fedele all’idea originale di Springsteen, che troviamo su The Promise.

Chiudiamo la parentesi Southside Johnny & The Asbury Jukes con All The Way Home, dal loro Better Days (1991). Erano i tempi in cui giravano con John Bon Jovi, ed è giusto ricordare che anche lui (nonostante tutto) è un tamarro del New Jersey.

Springsteen se ne riappropriò nel 2005, trasformandola in Devils & Dust.

Abbiamo lasciato per ultima la cosa più assurda: Light Of Day è il tema dell’omonimo film del 1987 diretto da Paul Schrader con protagonisti Joan Jett e Michael J. Fox, che interpretarono il brano come The Barbusters, band protagonista della pellicola.

Da allora è entrata a far parte, a tutti gli effetti, del repertorio di Joan Jett. L’unica occasione di sentire come suona nelle mani di Springsteen è ripescare l’infausto In Concert/MTV Plugged del 1993. Se vi sembra una cavalcata di 8′ senza capo né coda.. è così.

Siamo arrivati in fondo.

Avete presente Noel Gallagher che parlando delle b-side degli Oasis ha sempre dichiarato che qualcun altro avrebbe potuto costruirsi una carriera usando solo quelle? Ecco, lui si è sempre tenuto stretto i suoi brani. Bruce Springsteen non è stato mai così geloso e – oltre averci guadagnato molto – ha fatto sì che gran parte dei nomi qui citati siano ad oggi ricordati praticamente solo per aver interpretato la sua musica.