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Burial – Claustro / State Forest

Gli istanti iniziali di Claustro sono sufficienti per chiedersi in che anno siamo – è il 2007? è forse il 2008? – perché Burial sembra volerci riportare proprio lì, solo accelerando un poco.

Nemmeno il tempo di processare una risposta che, al contrario, lui ci getta addosso un refrain nitido ed ipnotico e praticamente raddoppia i bpm sulla linea del synth.

Stavolta abbiamo quasi cinque minuti per assaporare il tutto, dopodiché Claustro vira direttamente verso Ibiza – solo che in questo panorama di cose Ibiza sta nel sottosopra di Stranger Things – e per 20″ appena (con precisione: da 5’03” a  5’24”) diventa il più eccitante e spaventevole dancefloor filler mai sentito, paragonabile solo alla sezione centrale di Hiders su Rival Dealers, ma con ancora più garra. Poi semplicemente tutto sparisce, e noi con lui.

È State Forest a suggerire dove siamo finiti: in un incubo. O forse c’eravamo già, non è chiaro quale sia la realtà e quale sia la dimensione onirica. Poco fa ci siamo sognati tutto? O adesso siamo nel pieno di un’esperienza pre-morte – o magari già morti – e stiamo cercando di farcene una ragione, pur non riuscendo a lasciare andare gli ultimi scampoli di vita vissuta? Siamo al buio, sepolti vivi sotto metri di terra umida a rigirarci per le mani lo Zippo aspettando che l’anima si spenga? Comunque sia State Forest è una roba che ha un solo grado di separazione da The Eternal dei Joy Division e questo di per sé è sufficiente per rimanerci.

Insomma, il modo che ha Burial di rompere un silenzio di due anni (a voler tener fuori Fabriclive 100) è allo stesso tempo raccapricciante e magnifico.