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Buzzcocks – Another Music In A Different Kitchen

Era stato Howard Trafford (poi Howard Devoto) ad attrarre Pete McNeish (poi Pete Shelley) con un annuncio distribuito in giro per il Bolton Institute Of Technology: voleva incontrare qualche musicista che come lui andasse pazzo per una canzone in particolare, Sister Ray dei Velvet Underground.

I due divennero presto inseparabili e nel febbraio del 1976 misero su i Buzzcocks (ispirati, parrebbe, dal titolo della recensione che Time Out aveva riservato al programma televisivo Rock Follies: «it’s the buzz, cocks!» – e qui andrebbe effettivamente precisato che cock era uno slang tutto mancuniano per amico), ma all’inizio non combinarono molto a parte suonare cover di Chuck Berry e David Bowie, finendo per farsi cacciare da gran parte dei locali di Manchester e dintorni.

Però prima ancora che la loro band riuscisse a trovare la giusta direzione, Shelley e Devoto devono essere ricordati per aver portato i Sex Pistols a suonare a Manchester: si tratta dell’epico concerto del 4 giugno 1976 alla Lesser Free Trade Hall che influenzò l’intera scena musica della città (one of the most influential gigs of all time, parole della BBC).

Ad ulteriore dimostrazione che i ragazzi non mancavano certo di iniziativa, nel gennaio del ’77 i Buzzocks debuttarono ufficialmente con l’ep Spiral Scratch, prodotto da Martin Hannett e pubblicato su un’etichetta che avevano messo in piedi ad hoc, la New Hormones: fu il primo disco punk sul mercato a non godere dell’appoggio di una casa discografica già esistente.

Spiral Scratch, soprattutto, è l’unica registrazione dei Buzzcocks con Howard Devoto: poche settimane dopo mollerà la band – deprecando la nuova direzione commerciale che tutto il movimento stava prendendo – tornerà al college per un annetto e tornerà alla ribalta fondando i Magazine. Il peso della band ricadde interamente su Shelley e il 16 agosto del ’77 (esatto: il giorno della morte di Elvis Presley) i Buzzcocks firmarono per la United Artists.

Quindi il primo album dei Buzzocks è fatto per una certa parte di assenza: quando venne pubblicato nel marzo del 1978, Devoto era già fuori dai giochi pur se tre brani portano anche la sua firma (Fast Cars, You Tear Me Up e Love Battery), e nemmeno contiene i due singoli che avevano fatto guadagnare alla band un certo successo (Orgasm Addict e What Do I Get?), in ragione della loro totale avversione a certe logiche della discografia (diciamo le stesse per cui, al contrario, Never Mind The Bollocks includeva tutte le hit dei Sex Pistols), alle quali si dovettero però piegarsi (almeno in parte) pubblicando Moving Away From The Pulsebeat e I Don’t Mind per promuovere il disco (quest’ultimo singolo, per protesta, avrebbe dovuto essere distribuito in una busta con su solo un enorme logo della United Artists: peccato che lo stampatore fece casino e alla fine la copertina di I Don’t Mind riporta ben chiaro il nome della band, che invece era destinato al retro).

Suonare oggi Another Music In A Different Kitchen porta con sé una legittima domanda: quando diavolo è stato registrato?

Perché più che punk come mediamente lo si intende (in retrospettiva), i Buzzcocks sembrano qui aver già assimilato/consumato/piegato il punk al loro personalissimo uso e consumo. In 35′ comprimono 11 brani (ma Moving Away From The Pulsebeat dura 7′ e pare una specie di risposta alla scelta di Devoto di fondare i Magazine: potrebbe benissimo stare su Real Life) poggiandosi pesantemente sui riff feroci della chitarra di Steve Diggle, ma è tutta roba più che scorrevole e oltremodo catchy.

Insomma furia sì, ma sempre e comunque al servizio della melodia; non è neppure ricerca, ma successo: Another Music In A Different Kitchen è già risultato in sé, un equilibrio perfetto tra suono affilatissimo e motivi intriganti che ha l’unico difetto di distogliere troppo spesso l’attenzione dell’ascoltatore dai testi di Pete Shelley.

«Prima o poi – dice lui in apertura – finirai per dare retta a Ralph Nader», un attivista politico americano, autore nel 1965 di un saggio intitolato Unsafe At Any Speed, The Designed-in Dangers Of The American Automobile, e non è una citazione qualsiasi: Shelley usa le sue rimiscenze di ingegneria per una canzone che pare in tutto e per tutto roba da vecchi («odio le auto veloci, sono così pericolose!»); in You Tear Me Up, una specie di compendio descrittivo dell’intimità con un partner particolarmente intraprendente, si lascia andare ad un ammonimento molto particolare: «tutto questo bere e succhiare, mi sta facendo passare l’appetito, fai più rumore di un’autostrada e due o tre volte più grezza»; non è ovviamente tutto lì, perché prosegue tra metafore sessuali più o meno caute («ho addosso questa corrente folle, finisce nelle mie mutande, e quando davvero si connette vado e vengo ovunque», Love Battery), esistenzialismo («la realtà è un sogno, un gioco non quale non riesco mai a capire chi sono, non so se sono un attore o un pagliaccio, uno sciamano o un ciarlatano qualunque, ma se non ti importa allora non interessa nemmeno a me», I Don’t Mind) ed escapismo più o meno esplicito («vorrei avere di nuovo sedici anni, le cose sarebbero decisamente divertenti, farei le stesse cose ma sarebbero molto più divertenti che fatte a ventuno», Sixteen).

Another Music In A Different Kitchen finisce così per essere un disco essenziale per capire quanto “punk” sia soltanto un’etichetta appioppata ad un epoca (e ad un suono) tutt’altro che monodimensionali; quanto ai singoli dei Buzzcocks, trovate tutto in Singles Going Steady (da mandare a memoria).