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Carl Brave x Franco 126 – Polaroid

God bless chi mi trascina in un sabato mattina ancora più pigro del solito al milanesissimo Fuorisalone.

God bless la mia indolenza e il sole primaverile che sbatte tra i palazzi di via Ventura: è tutto un complesso di cose che fa sì che io mi fermi qui, spiaggiato davanti ad un soundsystem fighetto, riverso su una poltrona sacco sul cemento già caldo.

Cos’è sta roba? – Una folgorazione.
God bless shazam.

Fino a quel momento – Tararì Tararà – ignoravo l’esistenza di Carl Brave e Franco 126, cioè Carl Brave x Franco 126, della storia delle loro polaroid pubblicate su YouTube, diventate poi un album vero e proprio appena pubblicato da Bomba Dischi.

God bless Milano e la sua improbabile voglia di luccicare a qualunque ora, e Roma con il suo lessico strascicato ed irresistibile, cresciuto tra sampietrini lerci e tombini tatuati SPQR, da Villa Pamphili (verde che pare l’Amazzonia) a La Grande Bellezza.

E lì dove Sorrentino tracciava un magnifico ritratto di una città idealmente grande, imponente, animata da privatissime miserie borghesi, l’Urbe di Carl Brave x Franco 126 è altrettanto scenografica, ma assai minimale e maniacale: una diversa socialità, un racconto giovane, necessariamente verista – perché alternative non paiono esistere – ed in rude soggettiva.

Polaroid sa di serate primaverili dalle quali non si capisce come tornare – dato che il diciannove non passa mai – di zigzagate tra coatti col casco welcome to favelas, nasoni che scorrono senza sosta, di muri fregiati di graffiti e imbruttiti da manifesti elettorali, del desiderio latente di andare (ma tanto ormai..) e quello molto più concreto di ritrovarsi in tasca abbastanza spicci per un’altra bira, della distanza che passa tra Fleming e ogni altro rione, muovendosi tra amiche che nascondono sushi nella borsa Gucci, tipe da trescare e dimenticare per svegliarsi all’alba pel mercato delle sette.

Carl Brave x Franco 126 hanno messo insieme un disco di involontario esistenzialismo post anni zero, muovendosi tra coordinate di hip-hop gentile in 4/4, chitarre molto radiofoniche, spunti di jazz urbano, ritmi che si alzano appena appena, magari accompagnati da onomatopee («dici che faccio bla bla bla / io sento solo coccodè / e barcolliamo un cha cha cha / tranquilla: bevo anche per te») e vocoder in quantità, come smorzare la loro narrazione vivida.

Ma la lezione più importante è quella di non pensarci troppo, di non pensare troppo a nulla, ché valgono solo l’ora e l’adesso.

Polaroid è esattamente questo, uno scorcio che fa venire voglia d’esse de Roma (però non della Lazio), se non altro per potersi lamentare di stare ancora pellaria – 50% amari e 50% goderecci a prescindere –  nonostante il tempo, leggeri ed incasinati, aspettando il futuro resilenti come fiori cresciuti in mezzo ai sampietrini.