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Paul McCartney: un uomo d’altri tempi, oggi.

In queste settimane non è certo raro imbattersi in Paul McCartney data l’imminente pubblicazione del nuovo Egypt Station (disco che promette molto bene, a giudicare dalle anteprime diffuse finora).

Ma la recente casual conversation al Liverpool Institute Of Performing Arts (LIPA, per gli amici) non passa inosservata tra le molte interviste del momento, non solo perché presentata da Jarvis Cocker (noto fanboy) e perché tenuta nell’istituto che Macca stesso ha fondato nel 1996, nella struttura che una volta ospitava la sua vecchia scuola, il Liverpool Institute High School For Boys.

Si va, ovviamente, dai molti aneddoti sui Beatles ai ricordi dei trascorsi scolastici all’interno di quelle stesse mura (le vergate sulle mani, le pseudo-lezioni di musica, il temuto preside, ma anche la folgorazione per Elvis avvenuta proprio in quell’aula magna, sfogliando sul New Musical Express la pubblicità del singolo Heartbreaker Hotel); si parla dell’imminente ritorno discografico (anche se non nel dettaglio, ma tra le nuove – dice lui – Lennon avrebbe amato I Don’t Know), della sua ammirazione per Kendrick Lamar e Kanye West, del fatto che compri e ascolti ancora i cd, oltre che del suo utilizzo di Spotify.

Di quest’ora abbondante rimangono però impresse soprattutto altre cose, prima tra tutte (ed in generale) la lucidità e la strabiliante curiosità intellettuale di McCartney: nulla di inedito, ma nemmeno roba che si possa dare per scontato in un settantaseienne, per quanto artista.

Ed ascoltandolo, è evidente che così è peché lui viene da un mondo completamente diverso – che agli occhi di oggi sembra addirittura arcaico – del quale ha mantenuto non solo i modi, ma anche l’attitudine.

Come emerge chiaramente da questa conversazione, in più punti: una volta la creatività non aveva limiti, perché nulla era stato ancora inventato; ma – per contrappeso – questo voleva anche dire che bisognava in qualche modo arrangiarsi, in tutto e per tutto. Creatività, invenzione e necessità sono e saranno concetti sempre tra loro legati ed indissolubili: rintracciare tutto ciò nelle parole di McCartney, applicandolo alla pop music, è come vedere materializzarsi anni ed anni di studi di storia convenzionale (istituzionale).

E poi, ci troviamo di fonte al più grande songwriter di sempre che dice chiaramente: io non ho idea di come si scriva una canzone, l’unico consiglio che posso dare è quello di isolarsi – lui lo faceva nel piccolo bagno di casa, e se avete visto il recente Carpool Karaoke con James Coden avete ben presente – perché gli errori è meglio farli in privato, poi fondamentalmente let it flow. E ancora: io ogni volta spero di non saper come fare, perché altrimenti sarebbe noioso e scontato, voglio misurarmi con qualcosa che non so come approcciare.

Alla domanda agli inizi come facevate a tenere a mente le canzoni che scrivevate, dato che non avevate a disposizione nulla per registrare, il Macca risponde che scrivevamo brani semplici, apposta perché potessimo ricordarli; e d’altra parte, se scrivi una canzone che nemmeno tu ti ricordi, come puoi pretendere che se la ricordi (magari) il pubblico? 

Questo approccio basilare ed illuminante lo accompagna ancora oggi (unito alla consapevolezza di non poter competere con musica fatta per essere semplicemente consumata): una roba come Come On To Me è addirittura rurale, se messa a confronto con quant’altro possa capitare di ascoltare alla radio.

Il tema si lega necessariamente a quello della tecnologia che, dice, lo ha influenzato in negativo: una volta non ci si poteva permettere il lusso di comporre a spizzichi e bocconi, registrando un’idea un giorno, magari sul telefono, poi tornarci su a settimane di distanza. È è comodo, ma nel McCartney-pensiero si tratta di una comodità che alimenta la pigrizia. Scrivere canzoni era – e per lui è ancora in gran parte così – anche questione di (s)forzarsi, rimanere lì sul pezzo, insistere e non lasciar perdere finché non si trova la via giusta, senza interruzione. Anche perché tornare su pezzettini e spunti isolati significa, spesso, non essere più in grado di trovare l’ispirazione originaria.

È un discorso-paradigma, estendibile ad una serie illimitata di azioni e situazioni quotidiane che esulano dalla scrittura: pensate solo alla supponenza che risiede nel pensare di poter creare e mantenere delle relazioni solo (o principalmente) attraverso uno smartphone, senza faticare per coprire ogni distanza emotiva.

Insomma: questa conversazione con Paul McCartney spicca su molte altre per alcune riflessioni non banali, ed anche perché pare il miglior ritratto di un uomo antico perfettamente a suo agio nella contemporaneità, senza compromessi.