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Cover Versions 005: R.E.M.

Come ricordava qualcuno anni fa pagando tributo ad una band che aveva deciso – molto semplicemente – di ritirarsi, i R.E.M. hanno inventato l’alternative rock (non solo e non soprattutto a livello di suono, quanto di attitudine).

Ma (per citarli direttamente) everybody here comes from somewhere e (soprattutto) Michael Stipe non ha mai nascosto le proprie influenze – a partire dall’amore per Patti Smith, Velvet Underground e Wire.

Spulciando tra la loro discografia, molte b-side rendono omaggio a quelle radici, qualche volta alcune cover sono finite direttamente negli album (è il caso di Strange, su Document), compilation varie; è un esercizio che i R.E.M. hanno spesso e volentieri messo in pratica negli anni ’80: queste prime chicche sono state messe insieme raccolte almeno un paio di volte, in Dead Letter Office (1987) e in Singles Collected (1994), ma c’è molto altro.

#9 Dream (John Lennon, 1974): il tipico jingle-jangle dei R.E.M., effettato e al servizio di Amnesty International; i riverberi lennoniani sostituiti dalla voce nasale di Stipe, l’insolita vena psichedelica; molto facilmente, una delle cose migliori (e forse l’unica davvero credibile) della compilation Instant Karma: The Amnesty International Campaign to Save Darfur (2007).

After Hours (The Velvet Underground, 1969): è praticamente un numero da cabaret già l’originale, con cui i Velvet Underground salutano al termine del loro eponimo disco del 1969; i R.E.M. la usano spesso per chiudere i loro concerti nella seconda metà degli anni ’80 e finiscono per inserirla – così cazzona – sul lato b di Losing My Religion nel 1991.

Pale Blue Eyes (The Velvet Underground, 1969): sempre da quell’album, nel 1984 i R.E.M. si appropriano di una delle più grandi ballate di Lou Reed – per farne la b-side di So. Central Rain (I’m Sorry); l’assolo è quasi stentato, la voce di Stipe è scarna e mantiene un tono essenziale. Non è trascinante e non potrebbe che essere così. L’altro ripescaggio dal catalogo dei VU che troverebbe facilmente posto in questa lista è There She Goes Again, b-side del primo singolo Radio Free Europe.

Academy Fight Song (Mission Of Burma, 1980): suonata diverse volte durante il tour di Green (1988), i R.E.M. l’hanno piazzata su uno speciale 12″, regalo di Natale 1989 per gli iscritti al fan club. E’ uno sfogo, un suono insolitamente duro, un po’ confusionario, un perfetto divertissement; strano ritrovare nell’originale alcune soluzioni che Stipe e soci avrebbero poi fatto proprie.

Toys In The Attic (Aerosmith, 1975): un classico degli Arosmith in cui si R.E.M. lanciano a tutta velocità chiudendo almeno 30″ sotto il minutaggio originale, rispondendo alla domanda è possibile suonare una cosa del genere con Peter Buck al posto di Joe Perry? Incredibilmente sì.

The Passenger (Iggy Pop, 1977): il riff grezzo e immortale di Iggy, un omaggio agli anni ’70 più sozzi, che fa da contraltare ad una delle canzoni più delicate del repertorio dei R.E.M., At My Most Beautiful. Mai registrata in studio, a quei tempi sembrava quasi utilizzata più per rimarcare che nonostante la dipartita di Bill Berry loro fossero ancora e soprattutto una splendida live band.

Summertime (George Gershwin, 1935): sarà pure diventata uno standard jazz, ma nasce come aria melodica composta da Gershwin per l’opera Porgy And Bess. Certo, questa interpretazione non ha in pathos di quella, immortale, di Billie Holiday… ma forse proprio per questo, per essere – in fondo – un notturno estivo, è addirittura più fedele all’idea originale di Gershwin.

Indian Summer (Beat Happening, 1988): come rendere ancora più lugubre una canzone che già inizia con l’immagine di una colazione in un cimitero? Così, togliendole ogni spiraglio di luce e accentuando quell’andazzo da marcia funebre. Aggiungete il fatto che il testo scritto da Calvin Johnson sembra qualcosa che anche Stipe avrebbe potuto scrivere, con quella malinconia sempre dietro l’angolo: «wel’l come back for indian summer… and go our separate ways».

Crazy (Pylon, 1983): meglio dell’originale, anche se la follia dei Pylon era notevole. Stipe mormora, Buck crea un gorgoglio che sa di terremoto. Delicatissima e devastante.

Love Is All Around (The Troggs, 1967): chiudiamo con questa, suonata dai R.E.M. nella loro performance Unplugged del 1991 (n.b.: quella performance acustica e la successiva, del 2001, sono state pubblicate insieme in occasione del Record Store Day 2014 in Unplugged 1991 / 2001).  La particolarità – oltre la scelta – è che alla voce c’è Mike Mills, perfetto nel rendere al meglio la stramba delicatezza dei Troggs.

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Nelle puntate precedenti:
Cover versions 001: Verdena 
Cover versions 002: Bruce Springsteen 
Cover versions 003: The Black Keys
Cover versions 004: Paul Weller

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