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Cover Versions 008: The Who

1965, Paris, France — British Band The Who — Image by © Tony Frank/Sygma/Corbis

Il debutto della band di Townshend e Daltrey, My Generation, risale al 1965 e – a pensarci – i Beatles a quel tempo erano già a Rubber Soul: l’idea di scrivere brani originali, piuttosto che eseguire quelli altrui, era recente ma già sdoganata.
Quindi ecco, nel parlare delle cover eseguite e registrate dagli Who non ci troviamo davanti ad un lavoro più o meno immenso come quello che andrebbe affrontato spostando lo sguardo sui Fab Four, sui Rolling Stones e moltissimi altri loro coetanei, ma si fecero le ossa allo stesso modo.
Esistono due introvabili album (Who’s Missing e Two’s Missing) che mettono insieme molte rarità ma, in generale, sono sparse un po’ ovunque tra lati b, lavori in studio e.. beh, l’edizione originale di Live At Leeds era composta da sei brani, di cui tre cover.

Dancing In The Street (Martha & The Vandellas, 1964): la pettinatissima versione qui sotto, filmata per la tv francese, non regge il confronto con quella registrata alla Aeolian Hall di Londra il 15 marzo ’66 e trasmessa poco dopo durante il Saturday Club, finita sulle BBC Sessions pubblicate nel 2000. Ma è una vivida rappresentazione di come Townshend intendesse movimentare tutta la faccenda. Pubblicata solo un paio d’anni prima, Dancing In The Street era già un classico tra i mod: da qui l’inclusione obbligatoria nel repertorio.

The Last Time (The Rolling Stones, 1965): decisamente introdotti nel grande circo del r&r, con una certa tracotanza nel 1967 gli Who registrano in fretta e furia The Last Time e Under My Thumb con l’intento di aiutare/sostenere (?) Mick Jagger e Keith Richards, finiti dietro le sbarre per droga. Fanno tutto così velocemente – nonostante Entwistle fosse in vacanza, ma il basso qui è opera di Townshend – che il 45″ è fuori in una settimana… ma i Rolling Stones molto prima e quindi quello, ad oggi, rimane il classico gol a gioco già fermo (inutile ma bellissimo).

(Love Is Like A) Heat Wave (Martha & The Vandellas, 1964): un’altro brano evidentemente mandato a memoria per movimentare gli esordi, poi ripescato e ripulito per A Quick One, anche perché quell’album fu appiccicato insieme alla svelta per fare cassa. Stavolta, però, niente feedback e dissonanze: solo anfetamine.

Baby Don’t Do It (Marvin Gaye, 1964): quando gli Who arrivano a pubblicare questo brano nel ’72, l’originale scritto da Lamont Dozier, Brian Holland, ed Eddie Holland per la voce di Marvin Gaye era già passato per molte mani e soprattuto per quella dei compari Small Faces, che già ne avevano accentuato la ritmica poderosa. Il duo delle meraviglie  Entwistle/Moon fa pure di meglio, ne esce una versione imbizzarrita e ansimante.

Summertime Blues (Eddie Cochran, 1958): una verità semplice, se gli Who non avessero incluso Summertime Blues nel loro epico Live At Leeds pochi si ricorderebbero di quanto incredibile sia questo brano. Eddie Cochran se ne andò a solo 21 anni, ma face in tempo a scrivere un pugnetto di canzoni epiche (tra cui Twenty Flight Rock e C’mon Everybody, praticamente inventando il rockabilly); lui era un performer pettinatissimo – e lo stesso certo non si può dire di Daltrey e i suoi – ma questa sembra sottintendere qualcosa di molto più pericoloso e meno educato: a ben vedere l’approccio degli Who è abbastanza fedele all’originale, ma è la loro furia esecutiva a fare la differenza. Il risultato, forse, è molto vicino a quello che Cochran aveva solo lasciato intendere.

Shout And Shimmy (James Brown, 1962): ecco qualcosa che nel repertorio dei primi Beatles e Stones non si trova, cioè James Brown. Questa Shout And Shimmy (il cui titolo forse non dirà granché, ma basta premere play…) stava sul lato b del singolo My Generation, mentre nell’album vennero incluse Please, Please, Please e I Don’t Mind. E d’altra parte si definirono immediatamente «MAXIMUM R&B»: non c’è nulla di più r&b di James Brown, ma con il senno di poi – ascoltando queste tracce – Daltrey non aveva trovato ancora la sua voce migliore.

In The Hall Of The Mountain King (Edvard Grieg, 1875): il più strambo tra i ripescaggi degli Who è questa rivisitazione del brano scritto dal compositore norvegese Edvard Grieg per il dramma teatrale Peer Gynt di Henrik Ibsen. Sì, è musica “classica” ed anche in questo caso il titolo non dice molto, ma la melodia è riconoscibilissima e molto pop, perfetta – ad esempio – per una pubblicità. Infatti fu registrata per The Who Sell Out (1967), folle colpo di genio metà album e metà jingle.

Barbara Ann (The Regents, 1961): nel novembre ’65 gli Who decisero di capitalizzare le loro recenti apparizioni televisive a Ready Steady Go! pubblicando un ep (Ready Steady Who) contenente alcuni brani suonati in quelle occasioni e alcune cover, tra queste il tema della serie Batman e Barbara Ann. La versione più famosa di quest’ultima è opera dei Beach Boys, ma il loro singolo fu pubblicato un mese dopo. Keith Moon ci mette il falsetto (!) e picchia come un fabbro (smorzando in parte la dolcezza del brano, ma è puro propellente), la chitarra di Townshend è quantomeno esuberante e il tempo è decisamente più veloce; strano sentire gli Who armonizzare così. Da non perdere la stralunata versione in studio ripresa per The Kids Are Alright.

Fortune Teller (Benny Spellman, 1962): chiudiamo con questa lasciandone fuori altre da Live At Leeds, ma solo perché è l’esempio di cosa potesse combinare Moon (dal vivo o meno) partendo da un beat semplicissimo come quello dell’originale; se vi siete mai chiesti cosa intendesse Noel Gallagher quando lo definì «the drummers’ drummer», la risposta sta qui.

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Nelle puntate precedenti:
Cover versions 001: Verdena 
Cover versions 002: Bruce Springsteen 
Cover versions 003: The Black Keys 
Cover versions 004: Paul Weller
Cover versions 005: R.E.M.
Cover versions 006: Johnny Cash
Cover versions 007: The Clash