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Doves – Lost Souls

Nel gran calderone mancuniano della Haçienda, alla fine degli ’80, sguazzavano anche i fratelli Jez e Andy Williams, e Jimi Goodwin, insieme Sub Sub.

Il picco della loro club music fu Ain’t No Love (Ain’t No Use), che arrivò al terzo posto nelle classifiche inglesi del 1993: tentarono di replicarne il successo, ma invano. Il colpo di grazia arrivò nel 1996, quando il loro studio di registrazione nel cuore di Manchester andò a fuoco. I Sub Sub a quel punto mollarono o quantomeno sterzarono decisamente, imbracciando gli strumenti e ribattezzandosi Doves.

Dal ’98 in poi pubblicarono tre ep (Cedar, Sea, Here It Comes) che fecero salire decisamente l’attesa per il debutto sulla lunga distanza, questo Lost Souls arrivato poi nell’aprile del 2000 e che ben presto divenne un tale successo di critica e pubblico da guadagnarsi un giusta nomination ai Mercury Prize (non concretizzatasi, perché – ironicamente – vinse il loro amico/concittadino Badly Drawn Boy con The Hour Of The Bewilderbeast).

È un’opera grande: un’ora in cui i Doves esplorano un lato oscuro fatto di nostalgia, ripensamenti, ambizioni lasciate andare ed euforie ormai sbiadite.

Lost Souls ha un suono suono che rifugge le catalogazioni: in alcuni frangenti è evidente l’influenza di Ok Computer, per il modo di trattare i suoni e costruire architetture; altrove, anche in strutture più convenzionali, comunque abbonano le voci filtrate, le atmosfere rarefatte, quelle ossessive e dimesse.

Può non essere facile, perché è un turbinio fatto in egual misura di arrendevolezza e voglia di combattere, in cui tutto sembra al servizio di una emotività strabordante, di uno slancio cinematico per raccattare tutto quanto traboccato dal vaso di Pandora, o i suoi cocci.