Fa lo stesso… [2016 edition]

Fa lo stesso... - I peggiori album del 2016

Come da tradizione, ecco gli album del 2016 dai quali dovreste (o avreste dovuto) tenervi il più lontano possibile. Here we go…!

Jeff Buckley You And I

Nell’anno in cui ci hanno lasciato (tra gli altri) David Bowie e Prince, s’è tentato di rivitalizzare ancora una volta il mito di Jeff Buckley pubblicando questo album di cover. A parte il fatto che a parere di chi scrive l’importanza di questo ragazzo è sempre stata immensamente sopravvalutata, bastano i primissimi vocalizzi con cui prende (molto) alla lontana Just Like A Woman (Dylan, lui per ora è vivo e vegeto e continua a prendersi gioco del mondo) per intendersi: quasi un’ora di voce, chitarra e null’altro a parte approssimazione e depressione; le sue rivisitazioni di The Boy With The Thorn In His Side e I Know It’s Over mostrano perfettamente la differenza tra la disperazione assunta come mera posa esistenzialista e quella vissuta (da Morrissey).

Fennesz & Jim O’RourkeIt’s Hard For Me To Say I’m Sorry

Magari un giorno saranno chiare le intenzioni di questa collaborazione che sulla carta si presentava stellare; però dall’accoppiata Fennesz + Jim O’Rourke ci si poteva aspettare qualcosa di più: si fa fatica a distinguere queste due lunghe tracce, che girano entrambe attorno ai 20′, dal rumore di fondo quotidiano (e già quello è più che sufficiente); speriamo sinceramente di essere stati troppo superficiali noi.

Green DayRevolution Radio

Da molti anni i Green Day sono entrati in quell’età in cui ormai è impossibile morire giovani e maledetti, quindi i tempi di Dookie sono legittimamente lontani. Altrettanto distanti sembrano quelli di American Idiot, che li ha resi immortali ad un’altra generazione. Non avremmo mai pensato di dirlo, ma Revolution Radio fa anche rimpiangere un progetto come ¡Uno!, ¡Dos! e ¡Tré!, che se non altro spiccava per ammirevole ambizione. Qui niente, ritornelli buoni solo per Virgin Radio, che trasmettendo queste canzoni potrà ostentare la sua anima rock. Ma non gliene frega un cazzo a nessuno.

Red Hot Chili PeppersThe Getaway

Intendiamoci: l’ultimo dei RHCP è (magari troppo lungo però) godibile; vagheggia tra atmosfere quasi disco (la title track), riusciti aggiornamenti del funk d’annata (Go Robot, condita da un video degno di nota), ritmi quasi hip hop (Sick Love) e stranisce non poco: The Hunter e soprattutto The Longest Wave sono probabilmente le migliori canzoni in stile Oasis che una band americana abbia mai scritto. Però senza più Frusciante i ragazzi sono totalmente privi di inventiva, il loro torto sta nel non aver scelto di smettere dopo By The Way, autocondannandosi a portare in giro per il mondo una versione molto fiacca di loro stessi.

SantanaIV

Merita l’oblio anche solo per la bizzarria di intitolare IV l’album numero ventitré (!). La mossa di riunire tutti i membri della storica banda si risolve in una scorpacciata latin – rock che annoia persino ad orario aperitivo, cioè quando uno è impegnato in tutt’altro che prestare attenzione alla scadente selezione musicale del personale del bar. Questo disco dura un’ora e sedici minuti di troppo. Ah, e se (improvvidamente) doveste scorrere la tracklist: non preoccupatevi, almeno Come As You Are non è una cover dei Nirvana (ma si tratta di un ballo da spiaggia molto meno efficace de La Macarena).

Kanye WestThe Life Of Pablo

The Life Of Pablo non è all’altezza di Yeezus, né di tutti i dischi che l’hanno preceduto, anche se non siamo sicuri di aver ascoltato la versione giusta – ammesso e non concesso che ne esista una. Kanye vuole fare fuori il concetto stesso di album, secondo lui ormai la musica è (solo) un continuo divenire fatta di brani infinitamente perfettibili. Questa cosa potrebbe essere l’equivalente dei nuovi iPhone con una sola porta per tutto, connettività e audio: una cazzata, oppure un’intuizione geniale di cui ci accorgeremo tra alcuni anni. Per ora prevale la prima opzione, almeno per tutti coloro che sono nati nel millennio scorso: il formato album è indissolubilmente legato al concetto di fruibilità e l’alzata d’ingegno messa in campo con The Life Of Pablo pretende una soglia di attenzione troppo alta per questi tempi. KW può permettersi probabilmente di tutto – compreso il palco fluttuante e compresa la megalomania – finché se ne esce con pezzi come Famous, ma finisce in questa lista perché.. concentrati, dai!.

-P-

Come se non bastasse..

Oltre al quarto capitolo a ragione sociale Santana, di cui sopra, sconsiglio:

The Boxer Rebellion – Ocean By Ocean
Lambchop – Flotus
Yeasayer – Amen & Goodbye
Violent Fammes – We Can Do Anything
Empire Of The Sun – Two Vines

Nd

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