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Fa lo stesso… [2019 edition]

Alcuni album che proprio non abbiamo digerito nel 2019. Vai con il listone!

WeezerWeezer (Teal Album)

Un capitolo a parte meriterebbe la perversione dei Weezer di chiamare ormai tutti i loro album Weezer qualcosa. Vaffanculo. Comunque, questo pare il tipico caso in cui il gioco è bello quando dura poco: è stato ok – ed anche divertente – ripescare Africa dei Toto, in qualche modo spalancando le porte ad un passato rock/pop ingiustamente (?) dimenticato. Altra cosa è costruirci intorno un intero disco: a conti fatti, ci saremmo volentieri risparmiati queste rivisitazioni di Billy Jean, Stand By Me, Anybody Wants To Rule The World, ecc.. tutte scialbe.

BeirutGallipoli

Al solito liberi di dissentire, ma… I BEIRUT SONO UNA CAGATA PAZZESCA (semicit.), e lo sono da sempre. Gallipoli non fa eccezione nonostante i miraggi mediterranei che si stagliano tra le pieghe di questo ennesima sarabanda di malinconie artigianali.

Panda BearBuoys

Panda Bear aveva disertato l’ultimo sforzo degli Animal Collective. Peccato, a posteriori: perché il risultato è che abbiamo per le mani due album che non sono granché (ma certo Tangerine Reef è peggio), insieme magari si poteva arrivare a qualcosa di buono. Buoys vivacchia placido tra gli allori del Person Pitch che fu, senza la convinzione necessaria ad arrivare ad uno spunto davvero interessante.

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VökIn The Dark

Islandesi, persi in uno stucchevole esercizio elettropop. Qualcuno faccia rinsavire i Sigur Rós e ce li riconsegni sani e salvi.

Sigur Rós22° Lunar Halo / Variations On Darkness

Ecco, appunto. Il fatto che i Sigur Rós non producano un album vero e proprio dal 2013 (Kveikur) non li ha resi meno interessanti ma di certo del tutto inafferrabili. Inserire qui 22° Lunar Halo e Variations On Darkess è più che altro una rappresaglia, il loro peggio non è strettamente questo ma l’aver rinunciato ad ogni tentativo di produrre qualcosa di (anche solo vagamente) fruibile. Di essersi allontanati troppo, insomma, dalla pop music (che già associata a loro era un concetto molto astratto). Da conservare l’idea della ambient radio on line 24 ore su 24.

MorrisseyCalifornia Son

Ecco il tanto atteso (?) album di cover dell’ex voce degli Smiths. Pesca una serie di brani improbabili (alzi la mano chi si ricordava di Phil Ochs, Melakie Safka o Buffy Saint-Marie), ma deraglia spesso tra il dramma gratuito e arrangiamenti discutibili (ad esempio il trattamento subito da When You Close Your Eyes di Carly Simon e Loneliness Remembers What Happiness Forgets di Dionne Warwick). Si salva solo Don’t Interrupt The Sorrow (Joni Mitchell). Non ci interessano le bizzarrie di Morrissey o le sue prese di posizione, ma il fatto che negli ultimi anni si sia parlato più di quelle che della sua musica la dice lunga.

The Chemical BrothersNo Geography

Salutato da più parti come un ritorno scintillante, in realtà i Chemical Brothers sembrano aver concepito No Georgraphy per gli orfani di Shrillex. Il che è di per sé è un concetto creepy, ma le vostre orecchie vi ringrazieranno se vi fermerete a questo. C’è pochissimo da conservare (No Geography, Free Yourself, Got To Keep On) ma più che altro per caso. All’inizio del decennio Further aveva fatto sperare nel meglio, invece abbiamo avuto Born In The Echoes (in confronto, un capolavoro) e questo. La cosa migliore venuta dopo quell’album è stata quando si sono travestiti da Kraftwerk e hanno scritto la musica ufficiale dei giochi olimpici di Londra. A voi le conclusioni.

David BowieClareville Grove Demos

Qualcuno fermi la Parlophone e/o chiunque si sta occupando del catalogo di David Bowie. Dalla sua morte siamo stati invasi di roba, per lo più stronzate inutili, e questi Clareville Grove Demos ne sono l’ennesima testimonianza. Davvero a qualcuno interessa Bowie che strimpella una versione casereccia di Space Oddity e altri cinque brani a caso (poi da lui stesso cestinati) insieme all’allora sodale John ‘Hutch’ Hutchinson (uno di quelli che invece non ce l’ha fatta)? La risposta è che già non ce ne dovrebbe fregare nulla, ma anche i curiosi rimarranno spiazzati davanti all’inutilità di questa uscita. Rispetto, ci vuole rispetto.

black midiSchlagenheim

Acclamato come un capolavoro, in realtà il debutto dei black midi è un agglomerato raccapricciante di onanismo, urla, ritmi a stracazzo. È zero istinto e tutto gran sfoggio di cervello proprio come quel compagno di classe secchione che non avete mai sopportato. Soprattutto, è così sgradevole all’ascolto che quando si arriva in fondo è un sollievo. Porcheria dell’anno, senza l’hype della stampa britannica non staremmo nemmeno a parlarne.

King Midas SoundSolitude

Dopo lo strepitoso Waiting For You, il progetto King Midas Sound è stato accantonato praticamente fino al 2015, quando il collettivo collaborò con Fennesz per Edition 1. Nel mezzo solo un singolo, Aroo, nel 2013. Che questo nuovo album sarebbe stato indigeribile era chiaro dal comunicato stampa, che annunciava Solitude come «a soundtrack of pure melancholy which demands total immersion, radiating desolation and dread». Però, insomma, si trattava di un’iperbole, no? No. Per una volta almeno, si trattava di qualcosa da prendere alla lettera. Un disco pesantissimo, oscuro, depresso, disperato. Troppo.

Husky LoopsI Can’t Even Speak English

L’esordio del trio bolognese trapiantato da anni a Londra ha il difetto di fare così tante giravolte da far venire il mal di testa. È frammentario, come una specie di racconto che si interrompe all’improvviso e poi ricomincia da capo aggiungendo nuovi elementi. I Can’t Even Speak English lo fa troppe volte. Però gli Husky Loops hanno voglia di prendere il rock’n’roll e renderlo qualcosa di vivido ed urbano come il grime e non è da sottovalutare; due ottime cose: Everyone’s Having Fun Fun Fun But Me e I Think You’re Wonderful.

Kanye WestJESUS IS KING 

Il punto è che si potrebbe anche sopportare Kanye che blatera per mezz’ora su Gesù, Dio, la spiritualità e chissà che altro (Trump compreso), non fosse che comunque in questo album non c’è nessuna vera scintilla, nessun tocco di genio, nulla di quella positiva schizofrenia che lo animava. Altro che patto col diavolo – vendimi la tua anima e sarai il più grande – qui l’adesione di KW a Gesù lo ha completamente rincoglionito.

BeckHyperspace

È normale chiudere Hyperspace e chiedersi cosa cazzo ho appena ascoltato? e magari dargli un altro giro. Ma non cambierà. L’ultimo lavoro di Beck è così, una specie di synth-pop del nuovo millennio, liquido e rarefatto, a tratti marcatamente freak. Risvolto interessante, concepito insieme a Pharrell Williams, che però ha un difetto notevole: più che contemplazione, è (per gran parte) pura noia.

(-P.) 

10 dischi che mi hanno deluso:

Xiu XiuGirl With Basket Of Fruit
Iggy PopFree
Korn – The Nothing
Lankum – The Livelong Day
Sunn O))) – Pyroclasts
The WhoWHO
Sun Kil Moon – I Also Want To Die In New Orleans
Bill Callahan – Sheperd In A Sheepskin Vest
Royal Trux – White Stuff
Telefon Tel Aviv – Dreams Are Not Enough

(-Nd) 

Anche quest’anno, l’inclusione di un album in queste liste non vuol dire che sia stato completamente tagliato fuori dalla playlist dei migliori ascolti 2019: la trovate qui.