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Fela Kuti & Africa ’70 with Ginger Baker – Live!

A stilare una ennesima lista dei più grandi batteristi di tutti i tempi, Ginger Baker e Tony Allen sono lì tra i primi cinque, in quel mucchietto che conta anche John Bonham, Keith Moon e Ringo Starr (sì, Ringo: altrocheno!).

Averli insieme nello stesso disco è praticamente il paradiso del percussionista.

Le cronache raccontano che Baker – uno che aveva iniziato a picchiare i tamburi a 15 anni, uno che era già una superstar della musica inglese nel momento in cui i Cream videro la luce e che poi seguì Clapton nei Blind Faith – ad un certo punto mollò tutto e si trasferì in Africa, ricorrendo il sogno di esplorare la musica del continente nero e aprire uno studio di registrazione a Lagos. Ci riuscì nel 1973, un paio d’anni dopo essere arrivato laggiù; tra i tanti musicisti ospitati dai Batakota studios va ricordato Paul McCartney, che con i Wings registrò lì Band On The Run.

Inevitabile l’incontro con Fela Kuti, che a quel tempo era semplicemente un musicista/bandleader e non ancora un vero e proprio capopopolo voodoo: solo nel 1974 avrebbe deciso di rendere casa sua uno stato indipendente dalla Nigeria e di cambiare il proprio nome in Anikulapocolui che porta la morte nella propria bisaccia, e che della morte ha il controllo»); ma non c’era qualcuno di altrettanto qualificato per introdurre Ginger Baker al cuore della musica africana: si narra anche di una specie di safari dei due, a bordo di una Range Rover a zonzo per villaggi, città, oasi e quant’altro alla ricerca di suoni.

Insomma i due si piacquero e a questo punto sarebbe molto romantico pensare che la loro amicizia ed il rispetto che nutrivano l’uno per l’altro («non so ballare, ma non riesco a stare fermo con la roba che fa Fela», raccontò Baker) si trasformarono in una serie di serate dalle quali venne poi tratto Live!.

La verità è più prosaica: pubblicato nel 1971, Live! non fu registrato nel club che Fela aveva messo su a Lagos all’interno dell’Empire Hotel (l’Afro-Shine) e nemmeno in qualche altra sala da ballo  laggiù; i due amici stiparono centocinquanta persone negli studi di Abbey Road e registrarono lì. Dal vivo, certamente, ma il concept guardava più al situazionismo che al verismo.

La circostanza spiega il pubblico più composto di quanto sarebbe legittimo aspettarsi, spiega la qualità sonora di questo materiale – probabilmente non ottenibile durante una qualsiasi sudatissima notte nigeriana – e c’è un altro punto da chiarire: Ginger Baker fa la sua comparsa  dalla seconda metà in poi della performance.

Quattro tracce robuste e lunghe (nello stile che Fela seguiva rigorosamente): il disco si apre con l’invocazione carnale di Let’s Start ed il sassofono di Igo Chico che incalza con l’insistenza di un amante insoddisfatto; Black Man’s Cry alza la temperatura in un turbinio che mischia funk, jazz, r&b a creare la prima vera rivendicazione politica di Fela. Quando Baker entra in scena, Ye Ye De Smell è una vera e propria orgia di fiati e poliritmie assortite: un tocco qui, una rullata improvvisa , una furiosa ed improvvisa scarica di tom, piatti percossi con immane delicatezza piedi che battono ormai è impossibile capire dove e quando, questo è battere o levare?; lo sbigottimento di avere a che fare con lui e Toni Allen insieme – una cosa da mandare ko i sensi ed il corpo – continua su Egbe Mi O (Carry Me I Want To Die), anche se più compassata, anche se vive sempre nell’attesa che succeda qualcosa che non accade mai (a parte il coro catartico dei presenti ad accompagnare la voce solista di Fela: chiamato, voluto, invocato ed alla fine ottenuto).

La più comune riedizione di Live! chiude oggi una traccia di 16’22” registrata al Berlin Jazz Festival del 1978, il cui titolo è sufficiente a spiegare di cosa si tratti: Ginger Baker & Tony Allen Drum Solo. Solamente quei due, a testimoniare senza null’altro intorno che l’afrobeat non era una questione di velocità o di tecnica, piuttosto di creatività a servizio del ritmo.