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Fontaines D.C. – Dogrel

Dogrel è grezzo, ruvido, travolgente.

I Fontaines D.C. mantengono le aspettative create con i singoli pubblicati prima del debutto ed anzi le superano: perché è più facile tenere alta la tensione durante una manciata di minuti, è più complicato farlo sulla lunga distanza.

Ma i 40′ di Dogrel sono dinamite: «Dublin in the rain is mine / a pregnant city with a catholic mind» è la prima frase spietata fuori e detta il tono teso, ansiogeno, sovversivo e poetico dell’intero album.

Il dogrel, d’altra parte, è uno stornello, una filastrocca popolare, una forma d’arte working class che i Fontaines D.C. dominano e declamano spavaldi («sister, sister, how I missed ya, missed ya / let’s go wrist to wrist and take the skin off of my blister»).

Undici schegge in cui le chitarre, furiose e grezze, prendono da molti e triturano tutto; insieme alla voce (spesso ai limiti dello spoken) ed ad una sezione ritmica che non conosce sosta deflagrano in una visione disillusa e verista che mischia il fango con il glitter, Dublino veloce e la campagna lì fuori ovunque, i tramonti lunghi, pacifici e improvvise, abbaglianti tempeste, l’etica dei tassisti e quella di TS Eliot, istinti lirici e garage rock di stampo sixties, ebrezza e lucidità.

L’impatto – sonico, emotivo – è clamorosamente violento, tanto da rimuovere immediatamente e senza rimpianti l’idea che l’orizzonte della verde Irlanda si addica soprattutto alla narrazione romantica della folk music, o al più al blues elettrico in tinte cosmiche.