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Four Tet – Sixteen Oceans

L’impressione è che Sixteen Oceans meriti di essere suonato forte, all’aperto, che il suo volume riverberi e si espanda in una bella giornata di sole e di fioritura.

Forse perché questa volta Four Tet abbraccia il formato-canzone in modo molto più deciso rispetto a New Energy, e pare si sia divertito  molto a riempire questo album di loop, sample e melodie che rimangono sospese, indugiano nell’aria vicino alla bocca ed alle orecchie tanto a lungo che sembra impossibile cacciarle via.

O forse è la primavera ritrovata di questo periodo, l’aria calda e però frizzante, il lockdown appena andato e una certa voglia di libertà timorosa.

O, ancora, è per via delle tante piccole tessiture che in Sixteen Oceans sembrano portare dal prato al club in pochissimi passi (e molto ottimismo) e di lì direttamente chissà dove.

Kieran Heben se s’è uscito con un album raffinato, empatico, che gioca con i toni e che parte deciso e ritmico per poi riavvolgersi su se stesso verso una sorta di grado zero. Come a smascherare ogni sovrastruttura e a ricordarci che in fondo è tutto molto più semplice di quanto possiamo pensare.