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Fuck Buttons – Slow Focus

slow-focus-fuck-buttonsC’è il rischio di confondere Slow Focus con un qualunque disco post punk, per i primi (pochi) secondi – se non ché, al posto delle chitarre, su quel muro di percussioni scatenate entrano dei sintetizzatori e il tutto si trasforma in una specie di  duello a colpi di spada laser. Ovviamente epico, e ovviamente alieno.

Ma qualcosa è decisamente cambiato nel panorama dei Fuck Buttons, che aggiungono non pochi elementi alla loro tavolozza sonica. Non più (solo) noise, non più (solo) techno, non più (anche) post rock.

Ma a poco a poco che ci si addentra in questo terzo lavoro, man mano che si viene trascinati in questo marasma di manopole forzate, pedali calpestati forte, compressioni impensabili e lucette varie, si tocca il fondo di un cambiamento non indifferente.
La paura, la disintegrazione sono sempre stati un elemento forte delle composizioni di Andrew Hung e Benjamin John Power, ma è come se dopo tutta la smaterializzazione e l’energia nervosa e ascensionale contenute in Street Horrrsing e Tarot Sport, facesse capolino qualcosa di inaspettato.

Si avverte qui una certa digitalizzazione dei toni (i sintetizzatori di Year Of The Dog, o gli innesti simil-robotici di Sentients) – finora inedita, e che si sostituisce in gran parte alle cascate di fragore bianco a cui i Fuck Buttons ci avevano abituati.
E ancora, fanno capolino per la prima volta ritmiche hip -hop grasse, come nel primo estratto The Red Wing, o in Prince’s Prize – che è una buona sintesi di questo nuovo, oscuro, mondo.

Il risultato è un album claustrofobico, paranoico, che dove i due si lasciano andare (i 20′ finali di Stalker e Hidden XS) si rivela e si arrovella in un’elettronica sempre fragorosamente tesa ad un’oscura elevazione, ma molto meno minacciosa.

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