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Galaxie 500 – Today

Formare una band, incidere dischi e viaggiare per il mondo a suonare non è qualcosa di esattamente coerente con il fatto di frequentare Harvard, ma così fu per Dean Wareham, Damon Krukowski e Naomi Yang: quando decisero di fare sul serio incisero qualche brano e nemmeno dovettero sbattersi troppo in giro, perché Mark Kramer e la sua Aurora Records sembravano non aspettare altro che loro.

Un nome preso in prestito da un’automobile che nessuno dei tre in realtà possedeva, un primo singolo (Tugboat) lento, zeppo di riverbero e remissivo («non voglio stare alla tua festa, non voglio parlare con i tuoi amici, non voglio votare il tuo presidente, voglio solo essere il capitano del tuo rimorchiatore»), un budget di 750$ per mettere insieme tutto il resto di Today e i Galaxie 500 all’improvviso si ritrovarono… a cercare un qualche tipo di fortuna dall’altra sponda dell’Atlantico, perché negli States proprio non se li filavano.

Ma era il 1988 e gli inglesi erano già abituati all’universo sonoro di Wareham, Kurkowski e Yang, perché non distante dalla scena fotografata (per sempre, ma chi poteva immaginarlo?) famosa cassettina C86 del New Musical Express. E quindi lì John Peel, lì i contatti che li avrebbero portati a pubblicare i successivi lavori con Rough Trade, lì i concerti in club stipati di gente. Da lì qualcuno ascoltò, indietro fino agli USA: gente come Low, Codeine, Red House Painters e chiunque altro poi comunemente associato con lo slowcore, erano tutti con l’orecchio teso.

La magia di Today sta nella iridescente senso di giovinezza che è capace di trasmettere dal primo ascolto sino all’ultimo, molto tempo dopo ed a qualunque età lo si possa prendere in mano o (ri)scoprire.

Le percussioni che sembrano jazz, le melodie stentate che chiamano alla mente i Velvet Underground, la molle tenerezza del cantato, stentato, che si adagia su una manciata di note continuamente alla ricerca della strada giusta per stare assieme, il basso suonato da qualcuno che fino ad un momento prima non aveva nemmeno una vaga idea di come impugnarlo (ma che cerca di emulare Peter Hook).

E poi la chitarra, con cui Wareham disegna cose dagli intrighi free-form, capaci di accompagnare via o esplodere il abbaglianti assoli sempre tra parentesi: Turston Moore, che nello stesso anno in cui i Galaxie 500 debuttavano arriverà a pubblicare un capolavoro come Daydream Nation, proclamerà Today «my favourite guitar album of 1988».

Questo disco, insomma, vive di una profonda ingenuità: quella che anima tutti coloro che hanno voglia di dare voce a qualcosa e per i quali il fatto di non sapere nemmeno bene da dove iniziare a farlo non è un’ostacolo. Di questo si tratta: di genuina spontaneità e di fresca imprecisione.

Da qui, l’essenzialità dei Galaxie 500 diverrà culto e li porterà ben oltre il loro obiettivo iniziale, che era semplicemente quello di registrare un singolo da scovare, anni dopo, nel cesto delle occasioni del negozio di dischi dietro l’angolo.