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Gli ultimi 40 anni dei Rolling Stones

L’ultimo album indispensabile dei Rolling Stones è Some Girls del 1978 e l’ultimo singolo davvero notevole Start Me Up, datato 1981. Stilizziamo così il comune sentire e diciamo che è più o meno esatto.

Più o meno, appunto. Perché da lì in poi si aprono praticamente altri 40 anni di musica e a guardarci dentro si scopre che Mick, Keith e gli altri hanno tirato fuori diverse cose buone anche nei momenti generalmente più deludenti.

Di seguito la nostra personale selezione degli Stones dal 1980 in avanti e qui la playlist Spotify (se invece cercate gli anni ’70 vi rimandiamo alla compilation Sucking In The Seventies: il titolo già la dice lunga).

Waiting On A Friend (1981). È un piccolo trucco, perché se questo brano suona tanto bene e quasi fuori contesto la ragione sta nel fatto che musicalmente si tratta di un ripescaggio dalle session di Goats Head Soup. Insomma, Waiting On A Friend è stata scritta in Giamaica alla fine del 1973, si sente dal ritmo e dall’interazione tra le chitarre, che sono quelle di Richards e di Mick Taylor (e non Ronnie Wood). Ma sarebbe ingiusto sottovalutare ciò che venne aggiunto dopo: il fortunato testo di Jagger, ispirato al rapporto con Keith (che peraltro in quel momento doveva ancora toccare il minimo storico), il sassofono di Sonny Rollins, il video firmato da Michael Lindsay-Hogg che si apre davanti allo stesso palazzo raffigurato sulla copertina di Physical Graffiti dei Led Zeppelin, dove Jagger aspetta il suo amico in compagnia (tra gli altri) di Peter Tosh.

Undercover Of The Night (1983). Questa è incredibile, perché è il punk/funk degli anni zero un ventennio prima. Suona perfetta anche adesso: sudata, con il basso in primo piano, la cassa dritta e le chitarre che echeggiano belle spavalde. Menzione speciale per il video: una specie di action movie con devianze in stile Inception diretto da Julien Temple (Keef che punta una pistola a Mick: quella scena deve averla scritta lui stesso!).

Like A Rolling Stone (1995). Rimane ancora oggi da capire cosa diavolo andassero cercando gli Stones con Stripped, album assemblato mettendo insieme brani registrati dal vivo in studio, in acustico, ed altri presi da concerti tenuti in posti molto più intimi di quelli in cui da ormai quasi vent’anni erano abituati ad esibirsi. Forse la loro personalissima versione di un unplugged? Like A Rolling Stone, comunque, vale soprattutto per la performance vocale di Jagger e perché è una specie di meraviglioso cortocircuito: le pietre rotolanti che scelgono di rileggere quello che secondo molti è il brano definitivo degli anni ’60, trasformando il tributo al loro coevo Bob Dylan in un’autocelebrazione.

Out Of Control (1997). Per rimanere negli anni ’90: stupisce che fino ad allora una band come gli Stones non avesse una canzone intitolata Out Of Control. In ogni caso sarebbe cestinabile come la maggior parte di Bridges To Babylon, però brilla di luce propria (ed assolutamente accecante) in Havana Moon, film-concerto che documenta la storica performance del 2016 a Cuba.

Rain Fall Down (2005). Se c’è qualcosa che va salvato da A Bigger Bang, molto più che la ballatona pubblicitaria Streets Of Love, è Rain Fall Down: suono asciuttissimo, chitarre funk,   groove secco e minimale. I Rolling Stones come non si sentivano da molto, molto tempo.

Highwire (1991). Flashpoint è stato uno di quei dischi dal vivo di rara inutilità, ma lì ha trovato posto Highwire. Strana collocazione, ma giustificata dal fatto che il brano – scritto sull’onda emotiva del deflagrare della guerra del Golfo – all’epoca era di stretta attualità. Fino a quel momento, altro fatto abbastanza curioso considerando il loro passato, i Rolling Stones avevano evitato di dire davvero la loro su questioni politiche o di attualità. Diciamo che erano solo stati interpretati in quel senso. Qui invece Jagger è direttissimo, alla maniera di Springsteen. Highwire all’inizio sembra guardare al conflitto quasi solo dal punto di vista (dello spreco) economico, poi si apre a questioni molto più umane.

Emotional Rescue (1980). Per molti versi Emotional Rescue è la brutta copia del precedente Some Girls, ma nella title-track Jagger canta con una voce mai sentita e il groove funziona davvero. Da segnalare la rilettura di questo brano firmata da St. Vincent per la colonna sonora del film A Bigger Splash di Luca Guadagnino, pellicola del tutto trascurabile a meno che non vogliate cercare lì a tutti i costi certe impudicizie di Dakota Johnson e Tilda Swinton.

Almost Hear You Sigh (1989). La verità è che anche un sordo potrebbe datare Almost Hear You Sigh. Ma se la produzione è figlia di quell’infausto decennio, toglie poco ad un brano che stava per finire nel primo album solista di Keith (lo lui definì «cugino di Beast Of Burden»). Sono i Rolling Stones al minimo sindacale, ma un po’ come è successo Out Of Control, dal vivo suona benissimo.

Ride ‘Em On Down (2016). Qualche anno fa Blue & Lonesome è stata la riscoperta delle radici più profonde degli Stones. Per promuoverlo, fu scelta Ride ‘Em On Down, antichissimo blues elettrico di Bukka White, al quale fu appiccicato un video starring Kristen Stewart; scelta azzeccata perché si tratta di una delle migliori performance di quell’album già di per sé sanguigno e riuscitissimo.

Twenty-Flight Rock (1982). Bisognerebbe parlare un po’ meglio di Still Life e forse lo faremo. Tra le molte cose buone di quell’album dal vivo del 1982, questa Twenty Flight Rock di Eddie Cochran: sembra che Jagger stia davvero facendo tutti quei piani di scale di corsa!

Slipping Away (1989). È probabilmente la cosa migliore su Steel Wheels, se non altro perché la voce flebile di Keith e la produzione minimale (rispetto al resto dell’album) la rendono assai credibile. Ha anche goduto di miglior fortuna rispetto a Almost Hear You Sigh: inclusa in Stripped, è stata ripescata negli ultimi tour con Mick Taylor come ospite e Keith sembra cantarla meglio adesso che allora (possibile?).

Too Rude (1986). Ok, gli Stones erano stati in Giamaica per Goats Head Soup, fatto sta che quasi non si trovano ritmi caraibici nei loro lavori fino al decennio successivo. Se Too Rude da Dirty Work suona molto più autentica di Feel On Baby dal precedente Undercover, comunque, è anche perché si tratta di una cover (l’originale, intitolato Winsome, era arrivata al primo posto in Giamaica nel 1984) e perché è tutto guidato da Richards insieme a Jimmy Cliff.

She Was Hot (1983). Disco ingannevole, Undercover: parte bene con Undercover Of The Night e She Was Hot poi scivola in un nulla sguaiato. Quest’ultima, comunque, è particolarmente strana: riesce ad essere avvincente nonostante un ritornello debolissimo. Ispirata ad una delle numerose e scontate conquiste del playboy Mick, sono i Rolling Stones persi esattamente a metà tra il loro suono classico e la tentazione di lasciarsi andare alle mode del decennio. Nel video, tutt’ora da chiarire la questione della signorina che divampa fuoco e fiamme dal deretano.

Don’t Stop (2002). All’alba del nuovo millennio la raccolta Forty Licks introdusse gli Stones ad un’ulteriore nuova generazione e loro si presentarono con quattro inediti (sull’onda dei quali avrebbero poi prodotto A Bigger Bang). Il migliore del lotto era (è) decisamente Don’t Stop: a quel punto non erano così cazzuti da Start Me Up. E poco importa che per molti versi suoni come i Rolling Stones che fanno una cover dei Rolling Stones: anzi, sarebbero perfettamente riconoscibili anche mettendo in mute Mick.

She’s So Cold (1980). La cosa bellissima di She’s So Cold è che alla fine sembra una filastrocca rock’n’roll, evidentemente ispirata ad una delle poche donne rimaste immuni al fascino di Mick (e tutt’ora anonima).

Doom And Gloom (2012). Nuovo decennio, nuova raccolta (GRRR!), nuovi inediti: One More Shot e questa Doom And Gloom firmata soprattutto da Jagger, che ci mette pure la chitarra («chissenefrega, non avrebbe mai imparato a suonarla se non fosse stato per me», commentò Keef il diplomatico). È la conferma definitiva di una cosa stranissima: quando si tratta di comporre e registrare nuovo materiale i Rolling Stones del nuovo millennio sono generalmente molto meglio di quelli dei due decenni precedenti (con rarissime eccezioni, su tutte le prime due di questa lista): asciutti, essenziali, concentrati e molto efficaci.

One Hit (To The Body) (1986). È Dirty Work il più brutto album di sempre degli Stones? A posteriori hanno fatto di peggio, e comunque si apre con questa che è una bella scarica di adrenalina. C’è anche Jimmy Page alle chitarre (non accreditato) e un intero cast di urlatori composto da Bobby Womack, Patti Scialfa e Don Covay. One Hit (To The Body) è una specie di brano usa e getta: melodico, duro, giusto per ricordarsi dell’esistenza dei Rolling Stones in un periodaccio.

Start Me Up (1981). C’è un certo gusto nel mettere Start Me Up in fondo ad una lista, dato che giocoforza sta all’inizio di Tattoo You e di un sacco di altre cose ed è il singolo di maggior successo degli Stones da allora. Ma soprattutto, dopo il disastro degli anni ’70 da Exile On Main St. in poi, annunciava con un certo vigore i Rolling Stones agli anni ’80 promettendo sfracelli. Inutile dire che loro hanno in gran parte tradito quella promessa.