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Green Day – Father Of All Motherfuckers

L’artwork è roba da bimbiminkia, la produzione è perfettamente levigata, bilanciata per non disturbare  e i Green Day sono ormai tanto sovversivi quanto X-Factor: detto questo, Father Of All Motherfuckers ha anche i suoi pregi.

Ad esempio quello di compattare dieci brani in venticinque minuti appena, di citare molte cose (il brit rock dei sixties, il glam dei seventies, la Motown) e portarle ad una nuova generazione; da ultimo – ma forse per prima cosa – quello di essere un piacevolissimo prodotto (yes) di intrattenimento, divertente e movimentato per quanto assolutamente generalista.

Siamo lontani anni luce da come Father Of All Motherfuckers era stato annunciato («dangerous songs for dangerous kids!») e siamo lontanissimi da qualunque statement più profondo di un cucchiaino. Si nasce incendiari e si muore pompieri, i Green Day lo sanno e cercano di mascherarlo, proponendosi con i fiammiferi in mano a ragazzi che però possono imparare a costruire ordigni su internet (servissero).

Va bene così, basta saperlo e non pretendere di più: allora per venticinque minuti questo album può essere una piccola oasi felice.