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Ian Brown – Ripples

È sempre più vero, quello di Hampden Park è stato l’ultimo concerto degli Stone Roses; è passato più di un anno e mezzo, in questo tempo ognuno di loro è tornato al proprio senza più occuparsi di quella promessa iniziale di battezzare la reunion con un nuovo album.

E così siamo rimasti con in mano ciò che avevamo già, il loro monumentale debutto, il sottovalutato Second Coming, qualche sporadica apparizione di John Squire e il percorso solista di Ian Brown, che oggi viene riesumato dopo un decennio con questo Ripples.

Ma anche qui siamo punto e capo, perché come ogni album solista del leader dei Roses, Ripples non è da prendere in blocco.

Alcuni momenti sono certamente da conservare, su tutti First World Problems fatta di ritmica dinoccolata, cantato strascicato, un hook melodico notevole e la sua critica all’assurdo assetto di valori della società occidentale (e persino il suo video); curiosa e riuscita la scelta di rileggere Break Down The Walls (Warm Up Jam) di Mikey Dread, che significativamente chiude il disco con un ulteriore richiamo all’unità ed alla fratellanza tra popoli, più che mai necessaria (molto meno riuscita l’altra cover: Black Roses di Barrington Levy trattata in chiave distorta è proprio fuori luogo); il sogno psichedelico di It’s Raining Diamonds, molto piacevolmente, non va da nessuna parte; un passaggio del sermone funk di From Chaos To Harmony pare l’ennesima frecciatina ai suoi (ormai) ex compagni di avventura («why do Roses all turn to stone? / Too much poison to ramble on.. »); i beat decisi tornano nella title track e sembra evidente che è questo l’ambiente in cui Ian Brown si sente maggiormente a proprio agio.

Altrove, Ripples non fa una grande impressione. Però la sua attitudine homemade, la rinnovata coscienza politica di Ian Brown e la sua voce fresca sono certamente spunti dai quali poter ripartire.