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Il senso di Be Here Now, oggi.

Il giusto distacco rivela che il sentire più diffuso è abbastanza esatto, pur trattandosi di una stilizzazione: Be Here Now è l’album che segna la parabola discendente degli Oasis, che simboleggia la fine di quel momento di euforia collettiva passata alla storia come cool britannia, è un lavoro a tratti ben confuso e ostentatamente autoindulgente (anche se la sua durata – 71′ 13″ – non ha nulla a che fare con questo: il minutaggio, di per sé, è una media tra Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space e Urban Hymns, pubblicati lo stesso anno e generalmente considerati dei capolavori).

Si può poi discutere all’infinito del fatto che alcuni brani poi finiti tra le b-side (su tutti: Going Nowhere e Stay Young) avrebbero meritato migliore sorte e che la loro inclusione a spese di qualche riempitivo (tipo Magic Pie e The Girl In The Dirty Shirt) avrebbe probabilmente migliorato di molto il risultato.

Fatto sta che il songwriting di Noel Gallagher era ancora ai livelli dei primi due album; la più spiccata differenza tra Be Here Now e i suoi predecessori – ed il suo più vistoso “difetto” – sta negli arrangiamenti e nella produzione dei brani.

Nella sua autobiografia Creation Stories, Alan McGee non fa mistero di essersene accorto immediatamente, al tempo, e dimostra di aver chiaro di chi sia stata la responsabilità:

Mi sembrava che più di tutti fosse Owen Morris ad aver perso la testa, nel produrre quel disco. Noel continuava ad aggiungere chitarre su chitarre e quando andai a trovarli in studio pensai solo: wow, quanto rumore. Owen aveva eliminato ogni overdub dal primo album, ma ora aveva completamente perso il polso delle cose. Mi ricordo di aver ascoltato It’s Gettin’ Better (Man!!), con Liam che cantava quelle parole tipo quarantasette volte nel ritornello, e mi rendevo conto che era troppo. Ma in quel momento la band era fuori controllo.

In retrospettiva, Morris stesso ha ammesso che sarebbe stato sufficiente aggiungere qualcosa alle demo che Noel aveva già inciso nel maggio del 1996 – durante il suo leggendario buen retiro sull’isola di Mustique – e gli Oasis si sarebbero ritrovati per le mani un altro trionfo: così non fu, così lui non fece, e tutto andò a puttane in modo assai spettacolare.

L’hype generato dalla sua imminente pubblicazione era tanto clamorosa che Be Here Now vendette qualcosa come 424.000 copie solamente il giorno in cui arrivò nei negozi (tra i tanti che si misero in fila per assicurarselo: Pete Doherty) e venne immediatamente incensato dalla stampa – la stessa alla quale la band aveva deciso di non concedere praticamente nemmeno una preview del disco – per poi essere, di giorno in giorno, preso a pernacchie.

Il tour che ne seguì fu caratterizzato da una sfrontata magniloquenza scenica e su questo il racconto di Noel è rivelatore: qualsiasi cosa gli Oasis volessero, per qualsiasi improbabile ragione la volessero, potevano ottenerla:

Il punto, quindi, è che il senso di Be Here Now va molto al di là delle sue canzoni: non a caso il progetto di “ripulirle” in occasione dell’edizione celebrativa pubblicata lo scorso anno è fallito (o meglio, si è arrestato a D’You Know What I Mean?), perché è giusto che rimangano così arrangiate.

La loro autoindulgenza rappresenta perfettamente lo spirito del tempo e lo status acquisito dagli Oasis in quel preciso momento; insieme, compongono l’ultimo tassello della trilogia classica che ha consegnato alla storia la band dei fratelli Gallagher. Certamente l’episodio più annacquato: ma se Defintely Maybe è una eccitante visione working class e (What’s The Story) Morning Glory? il capitolo scritto da chi si sente ancora un’imbucato alla festa, la drogata sfrontatezza di Be Here Now è la conclusione – giusta o sbagliata – di quel viaggio, che finisce con i protagonisti ormai perfettamente a proprio agio nell’establishment del rock’n’roll.

Lasciando da parte le nostalgie da fan – è l’ultimo lavoro con la formazione originale, l’ultimo a contenere brani scritti dal solo Noel – ed il fatto che oggi ben stilizzi la distanza tra i fratelli Gallagher (Noel l’ha praticamente ripudiato e continua ad ignorarlo; Liam lo ripropone del vivo nella sua nuova avventura solista), a vent’anni di distanza gran parte del fascino di Be Here Now risiede proprio nelle ragioni per cui è finito dal lato sbagliato della storia: le leggende che porta con sé, i soldi che è costato, il suo infinito gigioneggiare, il suo volume impressionante, la sua epica esagerata, l’attesa che ne ha anticipato l’uscita, lo spazio che gli Oasis si erano ritagliati nella cultura pop e le dimensioni del loro successo – nulla di tutto questo è lontanamente ripetibile.

Si tratta dell’ultima sconsiderata esagerazione nella storia del rock’n’roll e probabilmente l’ultima volta in cui a delle rockstar (nel bene e nel male) è stato concesso di avere un impatto violento sulle normali coordinate socio/culturali.

Un cortocircuito oggi è impensabile: la musica, semplicemente, ha assunto una dimensione diversa e ha lasciato il passo al mercato dell’intrattenimento; i musicisti preferiscono il basso profilo alla sfacciataggine ed all’ambizione.

Nulla di ciò che è venuto dopo pare aver tenuto fede al messaggio più profondo del rock’n’roll, che secondo John Lennon poteva riassumersi in tre semplici parole: «be here now», appunto.