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James Brown – The Payback

Il regista Larry Cohen ed i produttori del film Hell Up In Harlem (in italiano  Tommy Gibbs Criminale Per Giustizia) sono uomini che siedono dal lato sbagliato della storia.

Furono loro a rispedire al mittente i brani composti da James Brown per la colonna sonora di quella pellicola: «la solita roba», «non abbastanza funky», dissero, e passarono oltre.

Lui – che aveva già firmato le musiche per il precedente film di Cohen Black Caesar (da lì Down And Out In New York City) – si incazzò come una biscia e continuò a lavorarci su, testardo ed orgoglioso com’era.

Dallo smacco subito tirò fuori The Payback (1973), il suo trentasettesimo album, che divenne quello del riscatto dopo un periodo nero di vendite a picco e concerti quasi vuoti per lo spudorato appoggio dato alla rielezione di Richard Nixon.

James Brown si autoproclamò qui per la prima volta the godfather of soul e sbancò: finì al primo posto nella classifica soul (appunto), irruppe nella top 40 pop, conquistò il disco d’oro (unico della sua carriera); i due singoli estratti, The Payback e Stoned To The Bone, arrivano rispettivamente al primo e quarto posto della classifica r&b. 

Della colonna sonora di Hell Up In Harlem, alla fine messa insieme da Edwin Starr, invece non si ricorda nessuno.

Ma va anche detto che al successo di questo bisogna anche fare la tara, perché sembra più che altro figlio delle circostanze: The Payback è James Brown che cavalca alla grande l’onda della blaxploitation.

Brani compositi, afosi, dalle venature jazzate; ballate tirate troppo per le lunghe; groove tortuosi, il funk come brodo primordiale nel quale sguazzare sino creare l’atmosfera giusta. Mind Power e la title-track – che vive ancora nei campionamenti dei Massive Attack (Protection), En Vogue (My Lovin(You’re Never Gonna Get It) Hold On), Nas (Get Down), LL Cool J (The Boomin’ System), Kendrick Lamar (King Kunta) – sono gli unici brani davvero capaci di splendere di luce propria.

The Payback – che comunque non regge il confronto con due capolavori del genere, Shaft di Isaac Hayes (1971) e Superfly Curtis Mayfield (1973) – può essere preso come un piacevole ed ingegnoso modo di reinventarsi; ma le cose migliori di James Brown sono altrove e molto più sudate, ritmiche, coincise ed affilate.