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Janelle Monáe – Dirty Computer

Un album di Janelle Monáe mancava dal 2013 (The Electric Lady), lei nel frattempo è letteralmente esplosa diventando uno di quegli artisti dei quali è molto difficile – se non impossibile – parlare evitando tutta una serie di implicazioni sociopolitiche (o socioculturali).

Tentando di mettere da parte anche l’ultima di queste (in ordine cronologico: la chiacchieratissima love story con Tessa Thompson), rimane il fatto che nessuno se ne curerebbe se Janelle non fosse tanto fiera, se la sua voce non fosse così eccitante e minacciosa allo stesso tempo, se la sua presenza scenica non fosse degna di Prince, il suo songwriting così brillante e le sue prese di posizione più forti e credibili di quelle di Beyoncé. Tutta roba che si coglieva già dal suo debutto The ArchAndroid (2010), ma che oggi – anche al netto del bailamme mediatico che la circonda – Dirty Computer è qui a ribadire.

È un album super funky, altrettanto profondo senza nemmeno grattare troppo la superficie; e Dirty Computer è il terzo concept (o qualcosa del genere) su tre: Janelle Monáe non retrocede di un millimetro dalla sua ostentata e giustificata ambizione.

Ma ci è voluto molto per arrivare a questo risultato: «dopo l’elezione [di Trump, n.d.r.] ho dovuto affrontare un sacco di rabbia e frustrazione […] È sembrato un attacco diretto a noi, alle donne di colore, a tutte le donne, ai diritti delle donne, alla comunità LGBTQ, alla povera gente. È sembrato che dicessero “non siete importati, faremo in modo che sia legale privarvi di ogni valore e trattarvi come cittadini di seconda classe, o peggio”. Sono arrivata al punto in cui ho dovuto smettere di registrare altrimenti avrei tirato fuori un album troppo incazzato […]. Togli il trucco, i costumi e tutto quello che identifica Janelle Monáe come artista e sono ancora una donna afroamericana, queer, cresciuta da genitori working class. È questo che devo affrontare lontano dal palco, l’essere preoccupata per la mia famiglia».

Oltre la terapia è stato Stevie Wonder a darle l’intuizione decisiva: «even when you’re upset, use words of love», e le sue esatte parole sono finite qui in Stevie’s Dream. Ed è forse la ragione per la quale, pur se con le notevoli sovrastrutture che l’accompagnano, JM sembra assai più dritta e diretta rispetto al passato: si tratti della celebrazione del corpo (suo e non solo: Pynk), del flow (Django Jane),  della sessualità usata (anche) come metafora (Screwed, I Got The Juice), della ricerca di melodie perfette (Dirty Computer, Make Me Feel) o, infine, di sognare un paese auspicabilmente diverso e necessariamente migliore (America) – Janelle è meno timida e più esposta.

A conti fatti, Dirty Computer è un album coloratissimo, futurista, divertente (anzi: uno dei suoi maggiori pregi è proprio quello dissociare il divertimento dal disimpegno) e orgogliosamente femminile inclusivo.