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Jenny Lewis – On The Line

A Jenny Lewis si può rimproverare solo un po’ di autoindulgenza – lì dove On The Line è soprattutto midtempo – quella tipica di chi si piace molto, ma può decisamente permettersela.

Il vestito da diva, la voce, il trucco, il décolleté in primo piano, su tutto la sicurezza ritrovata dopo alcuni anni vissuti in bilico tra un divorzio, la morte della madre con la quale non parlava da vent’anni, la fuga da Los Angeles a New York ed il ritorno nella Valley; ed oggi, pure quando sembra vacillare, finisce per chiudere la porta alle solite debolezze («boy, you had me second guessing The Beatles and The Rolling Stones / but I’m not gonna go down the rabbit hole with you again»).

Il cast è eccezionale – Ryan Adams alle chitarre ed alla produzione, a tratti condivisa con Beck, Don Was al basso, persino Ringo Starr alla batteria in Red Bull & Hennessy e soprattutto Heads Gonna Roll (che se davvero occorresse sceglierne una tra tutte queste undici, sarebbe proprio quella lì) – ma sarebbe tutt’altra storia se in On The Line ad abbagliare non fosse in realtà il songwriting di Jenny Lewis.

Il registro che utilizza per raccontare di sé oscilla senza tregua – sofisticato, sguaiato, ostentatamente rovinoso – a tal punto che sarebbe difficile collocarla: su un red carpet vestita Chanel, a fare gara di rutti da Burger King o su un’auto scassata in corsa sulle orme di Jack Keruac? La sensazione è che sarebbe a suo agio ovunque. Oh, e la ragazza è anche genuinamente sfacciata (ma lo si sapeva): le foto nuda perché «volevo che mi vedessi giù dal trono sul quale mi avevi messa», le scopate occasionali per fare pace con se stessi, gli inviti sessuali che lasciano poco all’immaginazione.

On The Line è uno di quei dischi che ci si trova a rimettere spesso da capo: prima per i ritornelli killer ed il suono liscio liscio, poi man mano per scoprirne ogni curva e rifarla daccapo.