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The Jesus And Mary Chain – Psychocandy

JesusAndMaryChain_psychocandyQuestione di attimi.
I colpi sono gli stessi di Be My Baby, ma la batteria rimbalza nel vuoto e ad insinuarsi in quel vuoto non c’è più l’armonia zuccherina delle Ronettes ma una chitarra affilata e distante, qualcosa che anzi assomiglia più al suono di un rasoio elettrico.

La voce non racconta più una romantica storia di attrazione e sentimenti cristallini, ma annaspa in un lurido presagio di dipendenza e sottomissione; però la melodia è altrettanto irresistibile.

Nella manciata di secondi necessari a rendersi conto di tutto questo, Just Like Honey riscrive le regole del pop, sporcandolo di storiacce fino a quel momento più consone a Lou Reed e annegandolo in un frastuono mai sentito prima.

«L’abbiamo fatto e basta, non so come. Poteva andare a finire in un modo completamente diverso: è stato un piccolo miracolo», dice ora William Reid.

Leggenda vuole che uno dei primissimi demo dei Jesus And Mary Chain fosse registrato sul lato b di un nastro capitato in modo rocambolesco tra le mani di Bobby Gillespie (che di lì a poco avrebbe creato i Primal Scream), che impressionato allertò Alan McGee: la sua Creation Records non diventò mai l’etichetta dei JAMS, ma sarebbe stata sempre la loro casa.

Dopo una serie di show selvaggi (rigorosamente con le spalle al pubblico e mai superiori ai 15 minuti), un singolo sconvolgente (Upside Down: ritmo cavernoso e rumore abrasivo) e un lavoro non esattamente certosino in studio, Psychocandy venne pubblicato nel novembre del 1985 e da allora  – ogni volta che viene suonato, in tutto o in parte, in qualunque situazione (foss’anche solo quel frammento di Lost In Translation) – con suo fare disturbante ci ricorda che esiste una sintesi tra il rumore e la melodia, che si tratta di una convivenza possibile; e anche se oggi pare scontato, i Jesus And Mary Chain furono i primi ad innestare un tale tessuto sonico su melodie che avrebbero potuto benissimo essere state scritte per la Motown, o dai Beach Boys.

I fratelli Jim e William Reid s’inventarono tutto questo (solamente) con una voce dolce e marcissima, chitarra tesa ed increspata, un basso pulsante (Douglas Hart) e una batteria minimale (suonata proprio da Gillespie).

Quella di McGee fu una felicissima intuizione: comprese di avere a che fare con qualcosa di molto strano ed attraente, una miscela in cui le anime dei Velvet Underground, delle Shangri-Las, degli Einstürzende Neubauten, di Phil Spector e degli Stooges si fondevano in un unica improbabile creatura.

Si può anche leggere il fragore di Psychocandy come frutto dell’insoddisfazione per un decennio dominato da figurine pop patinate e molto plasticose (e così sarebbe andato avanti, nonostante gli Smiths, nonostante tutto): fanculo, ecco la vostra bella melodia, ma con le nostre regole.

E’ certamente così, ma questo esordio dei Jesus And Mary Chain non ha mai avuto un successo di pubblico tale da incidere direttamente ed immediatamente sul panorama mainstream; però – esattamente come un altro disco fondamentale ma di nessun successo, The Velvet Underground & Nico (peraltro molto caro ai fratelli Reid) – Psychocandy è stato ascoltato e seguito: è il seme dell’intera scena shoegaze che di lì a poco sarebbe fiorita.

Dobbiamo ai JAMC un immaginario infernale in cui le giacche di pelle e i motivetti accattivanti vanno a braccetto – e il loro sciabordio continua a risuonare, gotico e caotico, attraverso gli anni.

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