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Jimmy Cliff – Jimmy Cliff

Bob Dylan, che se ne intende, definì Vietnam la miglior canzone di protesta mai sentita; e poi ci sono Many Rivers To Cross – cioè il momento più alto di The Harder They Come – e Wonderful World, Beautiful People, il cui super successo negli States “costrinse” la A&M Records a chiamare così questo album in USA proprio anziché Jimmy Cliff come nel resto del mondo.

Tanto basterebbe, però nel 1969 Jimmy Cliff era in evidente stato di grazia: tutte le undici tracce finite su questo suo secondo album sono potenziali hit – ed alcune lo furono a livello globale, altre magari solo nel ristretto mercato Giamaicano o in posti improbabili (Come Into My Life arrivò al 21° posto qui da noi e Suffering In The Land al 26° in Olanda).

Insomma Jimmy Cliff consacrò il suo autore a livello di superstar internazionale del reggae (uno status che lo portò al ruolo di protagonista del film The Harder They Come, pellicola che a sua volta nel 1972 contribuì in modo decisivo alla diffusione del suono giamaicano nel mondo): Paul Simon volle lavorare con i suoi musicisti per Mother And Child Reunion, nel 1985 vinse un Grammy con l’album Cliff HangerBruce Springsteen reinterpretò la sua Trapped  per il disco We Are The World (e ancora oggi gli paga tributo), l’anno dopo Elvis Costello lo volle al suo fianco per Seven Days Weekend (v. In Motion Pictures)  e i Rolling Stones lo chiamarono per aggiungere le melodie su Dirty Work; tutto questo al netto dei suoi personali enormi successi, come Reggae NightI Can See Clearly It Now o – ahem! – Hakuna Matata (sì, quella de Il Re Leone).

Cose decisamente mainstream, che nel tempo hanno fatto sì che il reggae venisse percepito come semplice ritmo in levare, allegro e spensierato, non come espressione di istanze sociopolitiche o religiose: insomma, se da questa parte di mondo ci pare si tratti di musica del tutto innocua è anche colpa di Jimmy Cliff.

Però va detto – ed è quello che si percepisce chiaramente riprendendo in mano questo album – che con l’andare degli anni la qualità della scrittura può essere stata influenzata da altri interessi, ma ritmi di Jimmy Cliff sono stati sempre così: empatici.

Non suona lussureggiante e psichedelico tipo le produzioni di di Lee ‘Scratch’ Perry né roots come i primissimi Wailers o i Culture; è easy, sereno e cristallino, ed è forse questo che aveva colpito Dylan: in Vietnam la mostruosità della guerra è denunciata senza alcuna asprezza, è un brano profondamente catchy – come tutto questo lavoro e quello che è seguito (quindi, sì: se vogliamo filosofeggiare, prima di attribuire a Jimmy Cliff qualche responsabilità per aver diluito il reggae bisognerebbe guardare a quelli che uno stile più leggero non lo avevano fino all’arrivo delle major nei Caraibi..).

Al di là dei riconoscimenti commerciali, Jimmy Cliff è immortale perché si tratta di un densissimo sfoggio delle doti di compositore del suo autore, per di più graziato da incredibili doti vocali; sotto un altro punto di vista è facile comprendere perché abbia intercettato un pubblico così vasto: le tematiche trattate – per quanto personali – finiscono per avere valenza universale; ancora, è profondamente diversa la filosofia che anima questi brani rispetto a quelli di molti altri autori Giamaicani: la speranza non è riposta in un qualche dio, nella ribellione, nel viaggio verso una terra promessa, ma esclusivamente nell’individuo e nella sua volontà (Use What I Got (To Get What I Need): basta il titolo).

In questo Jimmy Cliff è un sovversivo, per non essersi mai limitato alla denuncia e per non aver mai incitato alla rivolta (persino John Lennon – autore di Imagine, inno pacifista per eccellenza – non era tanto immune alla violenza) e questo meglio di ogni altro riesce a condensare il suo messaggio.