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John Mayall & The Bluesbreakers – Blues Breakers With Eric Clapton

bluesbreakers_with_eric_claptonSi dice che John Mayall – classe 1933 da Macclesfield, figlio di un chitarrista jazz, buoni studi (d’arte, come molti a quel tempo) ma completamente autodidatta in fatto di musica – abbia acquistato la sua prima sei corde durante il servizio militare in Corea e se la sia trascinata fino al suo ritorno a casa, e di lì a Londra nei primissimi anni ’60.

Quel che è certo è che ancora prima di arrivare nella city aveva già consumato tutto il blues, il jazz ed il r&b d’importazione disponibile e, deciso a diventare un musicista professionista, ne aveva fatto un vero credo.

La Decca, già casa madre degli Stones, gli accordò una certa fiducia, ma tutto rischiò di andare a rotoli quando il suo primo sforzo non ebbe alcun riscontro commerciale.

Nel marzo del ’65, praticamente in contemporanea con l’uscita del dimenticato John Mayall Plays John Mayall, gli Yardbirds guidati da Eric Clapton arrivavano per la prima volta in cima alla classifica con For Your Love; ma la strada seguita per arrivarci fece traboccare il ventenne Clapton d’insoddisfazione: non tollerava che la sua musica fosse così permeabile alle mode del tempo.

Disgustato, usci dal gruppo il giorno stesso che For Your Love fu pubblicata ed andò a cercare fortuna altrove: mossa che creò non poco scompiglio nella scena londinese, almeno fino a quando Mr. Slowhand non venne rimpiazzato da un certo Jeff Beck (con il quale, peraltro, gli Yardbirds finirono per pubblicare il loro miglior lavoro: l’eponimo The Yardbirds, meglio conosciuto come Over Under Sideways Down o Roger The Engineer).

In ogni caso, Eric Clapton trovò in John Mayall un soldale purista del blues e addirittura una figura paterna (era di dodici anni più vecchio), tanto da trasferirsi a casa sua; per mesi i due esplorarono la vasta raccolta di dischi di Mayall: ascoltavano, provavano, scrivevano, riascoltavano.

L’intero Blues Breakers With Eric Clapton – pubblicato il 22 luglio del 1966 – testimonia quella collaborazione: una traccia a firma Mayall / Clapton, altre tre composte dal solo Mayall (Little Girl, Key To Love, Have You Heard: tutte ispirate alla sua relazione con una certa Christine); le altre otto, il vero cuore dell’album, sono travolgenti rivisitazioni rhythm & blues di brani di Freddie King, Otis Rush, Robert Johnson, Bukka White e persino di What’d I Say di Ray Charles.

Proprio la presenza di What’d I Say – e la sua carica ritmica possente, che i Bluesbreaker erano soliti portare all’estremo in chiusura dei loro live – rivela l’intento di Mayall di fissare su disco l’adrenalina delle esibizioni dal vivo.

Obiettivo raggiunto o meno, comunque il classico di Ray Charles poggia sul suono di un Hammond grasso al punto giusto e sfoggia un assolo di percussioni da spellarsi le mani, al termine del quale Clapton la mischia con Ticket To Ride ed è finita: di What’d I Say rimane solo la poderosa ritmica jazzata.

Blues Breakers With Eric Clapton suona come se l’intero Delta del Mississippi si sia strafatto delle anfetamine che andavano per la maggiore nella swinging London: dall’iniziale All Your Love alla conclusiva It Ain’t Right, Clapton elettrizza ed elettrifica quella musica rurale facendo dell’efficacissimo esibizionismo, roba perfetta tanto per i club che per gli impianti stereo dei puristi (su tutte: la strumentale Hideaway, il classicone Steppin’ Out, che riprenderà molte volte negli anni successivi, e Ramblin’ On My Mind di Robert Johnson: un’infatuazione che dura ancora oggi).

E’ il miglior Clapton, questo: quello del quale i ragazzi iniziarono a scrivere sui muri (ERIC CLAPTON IS GOD), quello che sarebbe passato nella vita artistica di John Mayall per portarlo lassù e poi sparire via verso un’altra avventura stupefacente (…), i Cream.

E’ anche il miglior Mayall (che dovette poi ammettere: «a Clapton interessava solo suonare la sua chitarra, non gli interessavo io, non gli interessava null’altro»), nonostante avesse già tenuto a battesimo nei suoi Buesbreakers quel matto di Peter Green (e lo rivorrà subito dopo l’uscita di scena di Mr. Slowhand) e farà lo stesso con un certo Mick Taylor.

Ma si tratta di altre storie, non sempre fortunate, tutte però transitate per le medesime coordinate: null’altro che un crossroad, nella migliore tradizione blues.

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