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Johnny Cash – At San Quentin

At Folsom Prison era stato un successo enorme: Johnny Cash aveva infine convinto la Columbia a farlo suonare in carcere, davanti a quelli che lui considerava compagni di viaggio, e l’album che ne era uscito aveva riacceso la sua stella in modo abbastanza strabiliante.

Quindi, appena tredici mesi dopo aver varcato i cancelli di Folsom, eccolo varcare quelli altrettanto imponenti di San Quintino. È il carcere che ancora oggi ospita il braccio della morte californiano, il che aggiunge un quid di crudeltà ad una realtà già di per sé feroce.

Stavolta un evento ancora più grande: una registrazione per Granada Television, mitologico canale basato a Salford, che serviva il nord ovest dell’Inghilterra e che dalla fine dei ’70 – grazie alla lungimiranza di un certo Tony Wilson – avrebbe poi avuto un ruolo fondamentale nella diffusione del punk, del post punk e di tutto quello che accadeva nella scena di Manchester.

Registrato il 24 febbraio 1969 e pubblicato nel giugno di quello stesso anno, per la verità At San Quentin non regge il confronto con l’ingombrante precedente: non lo reggerebbe neppure se At Folsom Prison non fosse diventato, nel frattempo, uno dei migliori live album della storia e anche al netto di tutti i fastidiosi sconvolgimenti che la tracklist ha subito nel corso di varie riedizioni (si trattava, in origine, di dieci brani; nella riedizione del 2000 si arrivò a 18, che comprendevano effettivamente tutti quelli eseguiti quella sera ma non l’intero show, che includeva Carl Perkins, la Carter Family e gli Statler Brothers: per questo occorre guardare alla legacy edition del 2006).

Vero che la registrazione non svela la sua onnipresente energia nervosa (proprio a questo concerto risale il famoso scatto con il dito medio alzato all’obiettivo: una delle immagini più iconiche di sempre), ma qui Cash appare in qualche modo meno in palla, fisicamente stanco – la ritrovata fama stava evidentemente chiedendo un prezzo notevole, anche se come esclama ad un certo punto (soprattutto a se stesso, pare) «ol’ Johnny does best under pressure!» – e alcune delle sue mosse da showman dietro le sbarre sembrano molto meno spontanee, la voce è tremante.

L’Uomo in nero pare ringalluzzirsi solo quando salgono sul palco June Carter e Carl Perkins, o sulla sarabanda finale accompagnata anche dalla Carter Family e dagli Statler Brothers.

È soprattutto la scaletta (diciamo quella originale) ad essere, in qualche modo, meno efficace: Cash apre con Wanted Man, frutto dell’ispirazione country di Bob Dylan (il cui esito – Nashville Skyline – è tutt’oggi controverso), prosegue con il suo personalissimo arrangiamento di Wreck Of The Old 97 e  con tutta una serie di brani altrui (Darling Companion, Starkville City Jail, A Boy Named Sue, (There’ll Be) Peace In The Valley) – in mezzo ai quali lancia I Walk The Line, Folsom Prison Blues e San Quentin (scritta appena il giorno prima ed eseguita due volte di fila, a richiesta dal pubblico), roba ben meno ardente e meno maledetta di I Got Stripes, Cocaine Bules, 25 Minutes To Go o Busted.

Però sotto la patina della stanchezza, dietro il cinismo che siede nel ripetere una formula di successo, grattato via lo scintillio dello showbiz con cui Cash aveva invaso San Quintino quel giorno, ciò che certamente rimane inalterato è il suo umanesimo, la sua capacità di immedesimarsi nella disperazione: lui era lì per loro, ancora una volta, e questo si sente eccome.