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Johnny Marr – Call The Comet

There is nothing more than thinking
nothing more than thinking
dream, scheme fast and live now.

Tanto The Messenger quanto il successivo Playland erano animati da un chiaro intento evocativo, ma ora Call The Comet è ora decisamente l’album più concettuale della trilogia.

E ciò che Johnny Marr sottrae all’immediatezza dei precedenti (unico vero brano davvero a presa rapida è Hi Hello) lo restituisce qui in profondità: ha dato vita ad un’opera dal suono altamente cinematico, panoramico, organico.

Le stratificazioni soniche di Call The Comet ed il suo blu intenso sono l’alta definizione attraverso la quale l’ex Smiths – facendo tesoro del lavoro fatto con Hans Zimmer, ma anche ripercorrendo alcuni passi dell’esperienza di inizio millennio con gli Healers – veicola la sua visione post-brexit e post-Trump: una società che rifiuta di guardare al passato con nostalgia, al presente in termini oscuri, al futuro in senso catastrofico.

Non un un ottimismo beota, neppure ostinazione o esortazione schiettamente politica, piuttosto una chiamata alle armi interiore, quasi mistica, per un futuro concretamente positivo.

È una sorta di ossessione, che trova sfogo in brani che sfasano dalla claustrofobia minimale di New Dominions alla fuga ipnotica di Walk Into The Sea, al post-punk gotico di Actor Attractor, The Tracers, o in quello adrenalinico ed inquietante di Rise. Si chiude con la melodia densa ed echeggiante di A Different Gun, e ascolto dopo ascolto pare che Call The Comet tragga la sua linfa dal medesimo approccio vivido ed esistenziale del Bowie berlinese, dei Joy Division di Closer, dei Magazine di The Correct Use Of Soap: Johnny Marr prende quelle ansie, le gonfia di una positività tanto utopica quanto indispensabile e le getta nel futuro prossimo.