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Kieran Hebden & Steve Reid – Tongues

Steve Reid è scomparso nel 2010 e – strano destino – rischia di essere ricordato più perché ad un certo punto Kieran Hebden (alias Four Tet) trovò il lui un partner ideale per una serie di scorribande dal forte sapore jazz che per tutto il resto.

Un resto che, tra l’altro, include l’opera prestata per Miles Davis su Tutu (1986), per James Brown e Sun Ra, indietro fino a Martha & The Vandellas sull’immortale Dancing In The Street del 1964: allora aveva appena vent’anni, ma almeno da quattro si era già trovato questo interessante lavoretto di suonare la batteria da session man, sotto la direzione di Quincy Jones. Andrebbe anche menzionato il suo rifiuto di arruolarsi per il Vietnam, che gli costò un significativo soggiorno nelle patrie galere (Lewisburg, Pennsylvania) dal ’69 al ’71.

Trasferitosi in Svizzera e poi a Londra all’alba del nuovo millennio, l’incontro con Hebden avviene quando nel 2005 Reid registra per la Soul Jazz Records l’album Spirit Walk, mentre era alla ricerca di uno studio che costasse poco ma con un ottimo suono. Ecco dunque The Exchange, il luogo che dà il nome alle prime due uscite insieme (The Exchange Session Vol. 1 e Vol. 2, del 2006), dove è stato registrato questo Tongues, pubblicato dalla Domino Records l’anno successivo e che i due abbandoneranno solamente per l’ultimo capitolo, NYC, registrato nella città natale di Reid (e dato alle stampe nel 2008).

Di fatto, durante questi anni Kieran Hebden – che aveva già alle spalle tre album come Four Tet, e tra questi uno dei capolavori degli anni zero: Rounds – mette in pausa quasi tutto per dedicarsi alle esplorazioni sonore in compagnia di questa sorta di amico ritrovato, riemergendo solamente dopo la sua scomparsa, con There Is Love In You.

Tongues è frutto di soli due giorni di lavoro in studio – il 6 ed il 7 febbraio 2007 – ma può durare in circolo ben più tempo. C’è sempre una piega nascosta, un buzz mai sentito prima, un colpo di rullante o di tom,  una piccola melodia improvvisa(ta) da trovarci dentro, ad ogni ascolto. E’ strepitoso sentire l’interazione tra uno strumento vero ed ancestrale, qual è la batteria di Reid, ed i circuiti alieni di Hebden. La direzione spesso non è chiara, si tratta appunto di improvvisazione, ma questo album è un labirinto caldo: l’uno fornisce all’altro qualcosa di inatteso; Hebden si trova a fare i conti con una timbrica percussiva viva e umana, Reid con il potere dell’elettricità e dei computer, con le note che possono produrre ed il loro preciso dinoccolarsi, capace di ricreare e scandire tutto al millisecondo, ma non di prevedere; e quindi spesso cambia stile, ritmo, punta altrove come a cercare, comunque, di non farsi prendere; oppure è lui stesso a dover prevedere dove l’altro andrà.

Ecco lo spaesamento che provoca Tongues, insuperato da dieci anni a questa parte: possono le macchine da sole avere un’anima? Four Tet ha mostrato molte volte che sono ben altro che freddi accessori, se nelle mani giuste. Steve Reid ha accettato la sfida di portare qualcos’altro a questa equazione ed è giusto ricordarlo così, per avere messo le sue bacchette al servizio di uno dei primissimi punti fermi della pop music (Dancing In The Street, s’è detto) e per avere poi – alla fine – provato ad andare molto oltre, sconfinando nell’avanguardia.

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(n.b.: nel 2010 Four Tet, complice la Domino, mise on line il making of di Tongues in onore dell’amico scomparso; sta qui sotto, prendetevi una mezz’ora).