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Kiki Gyan – 24 Hours In A Disco: 1978-1982

Kiki dev 4Vita incasinata, quella di Kiki Gyan.
Sarà perché ad un certo punto si ritrovò a dover sopportare il peso di chi lo vedeva come la risposta africana a Stevie Wonder; sarà perché certe persone non ne hanno mai abbastanza, di qualsiasi cosa.

Nato Kofi Kwarko Gyan in Ghana nel 1957, la sua sfrenata passione per il ritmo lo portò prima a Londra, dove si unì come tastierista agli Osibisa – da noi passati sotto silenzio, in realtà quella band di espatriati afro/caraibici aprì le porte dell’emisfero boreale all’afropop – salvo poi mollarli perché (più giovane tra tutti) sottopagato e costretto a fare anche, sostanzialmente, il lavoro del roadie.

Poi la vita newyorkese e la coca; la carriera solista, e nel 1979 24 Hours In A Disco, che, scritta con Kofi Ayivor, diventò una hit in Europa – ma non prima che Gyan scappasse di nuovo in Africa per registrarne una versione tutta e solo sua, con la scusa di stare dietro alla madre malata. La frequentazione con la figlia di Fela Kuti in Nigeria, registrazioni e ancora registrazioni, finché – consumato ormai dalla droga e dall’HIV, non fu costretto (raccontano) a mendicare per le strade in cui era nato.

Morì nel 2004, e ad otto anni da quel giorno (questo disco è del 2012) la Soundway Records paga tributo a questo personaggio stravagante, eccessivo, geniale, sfrenato nel ritmo e nella voglia: 24 Hours In A Disco racconta quell’epopea attraverso le note.

Brani che non spiccano per l’originalità dei temi (nei titoli, se non compare la parola dancing – in varie declinazioni – c’è disco), piuttosto per la vitalità e per la versatilità. Tutta roba che supera abbondantemente i sei minuti e sembra (è) fatta apposta per una cosa sola: ballare, ballare, ballare. Che sia lo Studio 54 o una stradina qualunque del Ghana poco importa.

Altrove s’è detto dei momenti più felici e riusciti in cui il funk e le poliritmie del Continente nero incontravano le mirrorball più luccicanti, mantenendo però la loro originaria profondità, pericolosità ed equivocità.

Qui no: queste registrazioni prendono alcuni elementi esaltanti della musica nera e li inscatolano, li rendono un meticcio (e un feticcio) perfetto. Sembrano confezionate per palcoscenici occidentali, per la ressa di uomini bianchi alle prese con maschere inquietanti, strafatti di coca, di incubi, ubriachi di edonismo.

Forse Kiki aveva capito questo: se loro non vengono da te, vai tu da loro.
E così fece.
E questo lo consumò per sempre.

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