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Live report: Paul Weller, Charlatans, The National

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Il pubblico radunatosi in questo campo di Massa Martana (PG) per l’Umbria Rock Festival è intergenerazionale e in fissa per il britrock; si va da scatenati sosia di Noel Gallagher a centinaia di persone vestite baggy, moltissimi stranieri in vacanza nel Belpaese (generalmente carichi di birra) e altrettanti italiani a sfoggiare magliette degli Stone Roses.

I Charlatans aprono le danze (della defezione dei Courtneers non si è lamentato nessuno): suono compatto, forse pure troppo; il meglio l’hanno dato da tempo e cavalli di battaglia come How High, North Country Boy, The Only One I Know, Can’t Get Out Of Bed fanno sfigurare ogni altra cosa. Simpaticamente inguardabile Tim Burgees in jeans skinny, impermeabile color puffo, t-shirt rivelatrice di panzetta e zazzera bionda, con annesse mossette di uno che non si capisce se non ha troppa voglia di stare dove sta o dove sta non lo sa nemmeno granché bene ma è ok così.
In forma sì, ma l’entusiasmo è altra cosa.


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Paul Weller è in grande spolvero.
Formazione collaudata (Steve Cradock alla chitarra, Andy Lewis al basso, Steve Pilgrim dietro le pelli), nessun disco da portare in giro (se non la raccolta More Modern Classics, quindi praticamente tutto il repertorio), il Modfather tiene un ritmo altissimo e un suono teso, con pochissime divagazioni pianistiche (You Do Something To Me, Broken Stones) e sprizza energia da ogni fibra del suo corpo.
Spazia e pesca da oltre vent’anni di gloriosa carriera solista, ma getta lì con una noncuranza che pochi possono permettersi roba tipo My Everchanging Moods, Start! e una muscolare – e ormai consueta – Town Called Malice nel gran finale.
Finale in parte “rovinato” da Tim Burgees che, ospite per questo duetto sulle note dei Jam, non sa nemmeno quando / cosa cantare: dagli attacchi sbagliati sotto le occhiatacce di Weller alla pietosa figura di uno che deve leggere le parole da un foglietto rabberciato, rimedia una figuraccia che dimostra ancora una volta (ce ne fosse bisogno) che il caro (vecchio) Paul riesce ancora a fare meglio di 3 (forse 4) generazioni di songwriters quello che questi hanno tentato tante volte di copiare da lui.

IMG_4618Flashback ad inizio settimana: i National nella splendida cornice del Vittoriale di Gardone Riviera (BS), acustica perfetta e tempo clemente dopo le abbondanti piogge della giornata.
Si presentano con molta voglia di non rimanere nello stretto confine tacciato dalla tettoia ancora sgocciolante che copre il palco dell’anfiteatro. Alle loro spalle il lago di Garda, di fronte un pubblico quantomeno entuasiasta. Matt Berninger molto su di giri, a sfogare spesso il nervosismo delle composizioni dell’ultimo Trouble Will Find Me (e molte dei precedenti) tra il pubblico, su e giù per la platea in un abbraccio malinconico e confortevole.
Suono tirato ad alto tasso di emotività, nessuna particolare divagazione rispetto al suono di studio ma il grande merito di risultare trascinanti a dispetto della loro aura malinconica, e senza trasformarsi nei Coldplay (a parte il singalong conclusivo di Vanderlyle Crybaby Geeks).

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