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L’ultimo concerto degli Stone Roses (forse).

Quello di sabato scorso ad Hampden Park, Glasgow, potrebbe essere stato l’ultimo concerto degli Stone Roses.

O almeno così pare: si trattava dell’ultima data in calendario; il progetto di un terzo album, annunciato all’inizio di una reunion che ha preso effettivamente il via nell’estate del 2012, non si è mai materializzato (se non in due brani nuovi, All For One e Beautiful Thing, pubblicati nel maggio / giugno 2016); al termine dello showIan Brown ha salutato la folla raccomandando «don’t be sad it’s over, be happy that it happened!»: parole a libera interpretazione, ma se tre indizi fanno una prova…

Comunque, noi eravamo lì: biglietti acquistati mesi fa, ovviamente a prescindere da queste voci (peraltro molto recenti); ma se davvero i Roses dovessero (ri)scomparire dalla circolazione, la sensazione di aver preso parte ad un pezzettino di storia prevarrebbe su quella di aver assistito ad una operazione di mero revival, per quanto poderosa.

Com’è stato? Di sicuro elettrizzante.

A partire dalla folla che già dal tardo pomeriggio ha preso ad invadere la zona di Mount Florida: una coloratissima moltitudine, anagraficamente eterogenea ma accomunata dal tasso alcolemico (già elevato), dagli immancabili bucket hat (sfoggiati con molto orgoglio), da t-shirt, parka ed altro vestiario liberamente ispirato a Jackson Pollock e chi non ha addosso almeno uno spicchio di limone è guardato con molto sospetto; è ad Hampden Park che la nazionale scozzese gioca le proprie partite casalinghe e pare di trovarsi nel mezzo di un enorme assembramento di supporters diretti allo stadio, uniti da un unico culto, tramandato di padre in figlio (ed in effetti così è).

Non è un posto qualunque: Alan McGee e Bobby Gillespie sono cresciuti proprio a Mount Florida; quando quest’ultimo sale sul palco con i suoi Primal Scream, l’espressione «fare gli onori di casa» assume un senso profondo.

Il loro set è minimale ma intenso, scivola via in un’ora fatta di proclami politici (ce l’hanno tutti con i tories qui, giustamente) e trascendenza, spazia tra le molte incarnazioni di una band che ancora oggi si destreggia tra lascivo rock’n’roll retrò e abbagliante futurismo, la connessione tra i Primal Scream ed il loro pubblico è totale.

Quando gli Stone Roses salgono sul palco (dopo un suonatore di cornamusa) lo stadio è pieno in ogni settore, ma le strette policy  organizzative fanno sì che il tutto assuma i contorni di un caos controllato: ora delle 20:45 il prato è già stato ripulito più volte da solerti omini addetti a tirare su ogni cartaccia e bicchiere che capiti a tiro, le code agli stand di cibo e bevande sono tutto fuorché frenetiche, cinquantamila scozzesi entusiasti (il cui livello alcolico, a quel punto, spazia da tipsy a hammered) sono guardati a vista da un numero incredibile di steward in pettorina gialla, piazzati ovunque e che riescono a contenere ogni minima intemperanza ben prima che sfoci in qualcosa di più seccante.

Loro, i Roses, sono uno spettacolo musicalmente esaltante.

La sezione ritmica Mani / Reni (un vero animale, non a caso Pete Townshend aveva pensato a lui per rimpiazzare Keith Moon… storia di trent’anni fa) tiene insieme tutti i classici in una maniera tale che non sembra passato un solo giorno dai tempi della gloriosa Madchester; osservare da vicino il lavoro di John Squire, poi, è un privilegio: lui – il chitarrista/pittore che di fatto ha inventato il suono del britpop (incredibili Waterfall, (Song For My) Sugar Spun Sister e She Bang The Drums) – ormai ha adottato un look che è l’incrocio perfetto tra Clapton, George HarrisonRichard Wright (tutti da collocare nei ’70, s’intende) e che ben si sposa con gli spettacolari spunti blues degli unici brani ripescati dal controverso Second Coming (ovviamente Love Spreads e Breaking Into Heaven); le sue dita trasformano I Wanna Be Adored e I Am The Resurrection in aggressivi rave psichedelici.

La voce di Ian Brown è – al solito – palesemente stonata, ma lui merita un capitolo a parte: un po’ perché le sue mosse durante tutto il concerto sembrano quelle di uno appena scongelato e con una capacità motoria ancora limitata (problemi con la schiena? Però a fine si produce in un profondissimo inchino!), un po’ perché nei momenti in cui i suoi servigi non sono richiesti e gli altri tre si esaltano in jam mai troppo autoindulgenti, lui saluta il pubblico come una specie di Papa frastornato e distribuisce direttamente da uno scatolone i suoi (ormai iconici) sonagli (cembali).

Gli Stone Roses suonano praticamente per intero il loro epico debutto e – oltre i già menzionati ripescaggi da Second Coming – una manciata di singoli come Elephant Stone, Fools Gold, Where Angels Play, al cospetto dei quali All For One fa una magra figura.

La sensazione è che concerti come questi – e la loro reunion – siano un’operazione di cash-grabbing di spiccata qualità; loro suonano ancora divinamente, ma hanno già detto e dato tutto; noi e tutti gli altri lì dentro in realtà non ci aspettavamo altro: contenti così, esaltati nel nostro revivalismo e nel privilegio di aver assistito all’esecuzione di brani da sempre in altissima rotazione in un’ideale playlist da isola deserta.

E’ stata un’occasione unica: una band, scoperta quando ormai era già estinta, che torna a vivere; come trovarsi a fare i conti con un dinosauro vivo e vegeto, ma totalmente innocuo. Bello, irripetibile, la materializzazione di un sogno nonostante tutto.

Usciamo da Hampden Park alle 22:40 e il sole quassù non è ancora tramontato. God bless the Roses.