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L’ultimo concerto dei Beatles

Scarabocchiata su un pacchetto di sigarette Senior Service ed imperturbabile di fronte a trent’anni di peripezie dello strumento, la scaletta del concerto tenuto dai Beatles al Candlestick Park di San Francisco il 29 agosto del 1966 è stata infine scollata dalla spalla del basso Höfner di Paul McCarney soltanto nel 1997, durante le registrazioni di Flaming Pie.

Recitava così: Rock’n’Roll Music, She’s A Woman, If I Needed Someone, Day Tripper, Baby’s In Black, I Feel Fine, Yesterday, I Wanna Be Your Man, Nowhere Man, Paperback Writer, Long Tall Sally; non era dissimile dalle altre di quel tour americano, il tutto per una mezz’ora o poco più di musica che escludeva completamente Revolver – pubblicato ad inizio mese – e anche il più recente singolo lanciato sul mercato statunitense, Eleanor Rigby / Yellow Submarine.

C’era, invece, Paperback Writer, diventata a posteriori l’emblema della frustrazione che i Fab Four avevano iniziato a provare da un po’ per non riuscire più a rendere dal vivo il materiale creato in studio.

Quella sera di cinquant’anni fa lo stadio di San Francisco (per gli autoctoni, semplicemente «The Stick») non era pieno, 25.000 biglietti venduti sui 45.000 posti disponibili: nessuno poteva immaginare che sarebbe stato l’ultimo concerto dei Beatles, e a dire il vero nemmeno loro.

In seguito Ringo avrebbe raccontato che Lennon era il più stufo di quell’enorme circo, ma anche che «sì, si parlava del fatto che avrebbe potuto essere l’ultima volta, forse. Ma non ne ho avuto la certezza finché non siamo rientrati a Londra».

La scelta di smettere di tenere concerti fu dettata da due ordini di ragioni.
La prima – umana – è stata ben sintetizzata da George Harrison: «la gente voleva impazzire e aveva scelto noi per farlo».
La costante ed imperturbabile isteria che accompagnava in giro per il mondo il gruppo aveva raggiunto livelli insostenibili per i Fab Four, ed era come un vaso di Pandora ormai scoperchiato da anni; ultimamente erano chiamati a destreggiarsi tra polemiche enormi (emblematica quella scatenata dalla famose frase di John, «i Beatles sono più importanti di Gesù»: se volete approfondire l’articolo originale consigliamo un libro fantastico, Read The Beatles), veri e propri incidenti diplomatici (in quello stesso tour, ad inizio luglio, erano rimasti bloccati alle Filippine: tutto perché avevano declinato un invito della First Lady – moglie del presidente/dittatore Marcos – la quale, per ripicca, aveva tolto loro la scorta e ritirato i documenti di viaggio, lasciandoli prima in balìa della folla e poi della dogana che non voleva più farli partire, trattandoli a quel punto alla stregua di immigrati illegali) e problematiche di ordine pubblico di ogni genere (qualche giorno prima a New York gli ospedali si erano riempiti di ragazzini caduti dalle gradinate dello Shea Stadium, o semplicemente feriti nei tafferugli con la polizia).
La seconda ragione era di tipo artistico/tecnico: finché il pubblico urlava così tanto da coprire ogni singola nota – certo facilitato dagli impianti di amplificazione dell’epoca – si trattava più che altro di un problema di chi andava ai concerti; ma ora erano loro quattro che non riuscivano più a suonare il materiale che producevano in studio, con ogni frustrazione del caso.
Paperback Writer fu probabilmente la goccia che fece traboccare il vaso – quasi impossibile riprodurre dal vivo quel tripudio di sovraincisioni, i Fab Four erano costretti a distrarre il pubblico facendo qualche mossetta per farlo urlare ancora di più e coprire le imperfezioni tecniche – o quantomeno la definitiva conferma, dopo Eleanor Rigby (una popsong senza chitarra, basso, batteria e pianoforte), che l’orizzonte al quale la band guardava stava ben oltre i limiti tecnici di un live.

L’addio dal palcoscenico – inteso come addio ai concerti davanti ad un pubblico pagante: i Beatles si esibiranno (quasi) dal vivo in studio per All You Need Is Love e torneranno ad affacciarsi sul famoso terrazzo nel 1969 – non fu mai veramente ufficializzato, ma la loro scelta fu comunque criticata.
O meglio, fu criticata la loro decisione di diventare più che altro un ensemble di musicisti che pubblicava album senza portarli fuori tra la gente.
Facile dire, a posteriori, che la scelta pagò: nacquero così capolavori come Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, The Beatles, Abbey Road (e anche Revolver, che era stato registrato prima di quella che sarebbe stata l’ultima tournée ma non era proprio fatto per essere suonato dal vivo).
Ma fu grazie ai Beatles che molti limiti tecnici vennero superati o aggirati : lo studio di registrazione divenne un vero e proprio strumento, un ambiente che poteva essere sfruttato all’infinito in tutte le sue potenzialità (di inventiva e registrazione: su tutti, v. la genesi di un brano come Strawberry Fields Forever).

Il Candlestick Park fu rinominato AT&T Park nel 2000 e, dopo essere stato per oltre cinquant’anni la casa dei 49ers e dei Giants, è stato chiuso e demolito nel 2014; l’ultimo evento ospitato?
Un concerto di Paul McCartney, ovviamente.

E se vi state chiedendo se esiste una registrazione di quella serata del 29 agosto ’66 la risposta – abbastanza incredibile – è sì.

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