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Manic Street Preachers – Everything Must Go

manic_street_preachers_everything_must_goAnd I just hope you can forgive us
but everything must go
and if you need an explanation
then everything must go

Si tratta di un voi o di un tu?
A chi è rivolta questa apologia arrendevole, al pubblico (voi) o a Richey Edwards (tu)?
In entrambi i casi è bruciante il senso di colpa ed è chiarissimo l’intento: andare avanti, attuare il piano nonostante tutto.

Ben prima di quel giorno del febbraio 1995 in cui Edwards decise di scomparire per sempre – abbandonando la sua auto nei pressi dell’inquietante e simbolico Severn Bridge, che unisce l’area a nord di Bristol con il Galles – i Manic Street Preachers avevano ammesso a loro stessi che un altro album come The Holy Bible avrebbe rischiato di sfociare in una parodia approssimativa e, senza particolari traumi, che era giunta l’ora di abbracciare le proprie ambizioni.

«All’inizio aspetti notizie. Ma è una speranza che ti uccide lentamente. Dopo tre mesi ci siamo detti: ricominciamo a provare, però come una band, non come amici, e vediamo com’è interagire senza Richey».

Il distacco come reazione alla perdita, un meccanismo piuttosto comune ed efficace, in questo caso attuato da tre individui che – in più – si sforzarono di funzionare come uno solo, senza alcuna garanzia di riuscirci.

Everything Must Go è un grosso cavallo di Troia, un esorcismo, la realizzazione delle più sfrenate ambizioni dei Manics ma in nessun caso un compromesso.
Avrebbe potuto risolversi in un lamento crepuscolare – legittimo, considerate le circostanze – invece è zeppo di melodie traboccanti, vestite di un volume esagerato, che nascondono molta più intelligenza di quanta se ne possa sbrigativamente cogliere.

«The pain of life overrides joy to the point that joy no longer exists»: questo il biglietto che lasciò Kevin Carter sul sedile del passeggero prima di avvelenarsi con i gas di scarico della sua automobile; non succederà più che un brano ispirato alle vicende drammatiche di un fotoreporter vincitore del premio Pulitzer finisca nella top ten inglese (o in qualunque parte del mondo).
Succede – è successo – perché esattamente come lo stolto che guarda il dito e non la luna, il pubblico si sofferma sulla musica, sul gioioso ritmo in levare di Kevin Carter, sui fiati che culminano in un coro estatico e di lì in tragedia.

Ancora meglio fece A Design For Life (che arrivò al 5° posto), visto il suo impianto orchestrale, visto che «we don’t talk about love, we only want to get drunk» era una critica troppo sottile alla stupidità working class perché quella stessa working class non la adotasse come una specie di inno hoolingan, e poco importa che i primi due versi della canzone ammicchino in egual misura al potere della conoscenza («libraries gave us power») e all’orrore nazista («then work came and made us free»).

E certo Elvis Impersonator: Blackpool Pier è un incipit portentoso – azzardiamo: tra i migliori cinque degli anni ’90 – ma hey! che ci fa un sosia di Elvis sul molo di Blackpool, non è che questo mito della globalizzazione ci sta sfuggendo un po’ di mano?

E’ facilissimo scivolare via sulle allitterazioni di Enola/Alone, certe tristezze fanno molto meno male se capaci di riempire interi stadi (Further Away), così come le parole lasciate da Richey spaventano meno se incastonate in qualcosa di molto simile al grunge (Removables) o ad un carillon (Small Black Flowers That Grow In The Sky) e l’unico momento di vera, riuscitissima stupidità (Australia) è – come tutto il resto – assolutamente voluto («I just wanted to make a shiny escapist song – a song you could play as background to Goal of the Month»).

Everything Must Go e la tragedia che l’hanno preceduto consegnarono al mondo una band in grado di trovare una via per piacere a quanta più gente possibile mantenendo intatto il proprio animo militante: i Manic Street Preachers volevano il grande successo, a patto che non fosse fine a se stesso e si trasformasse l’opportunità di divulgare un messaggio.

Da qui, si muoveranno verso territori ancora più radio friendly (su tutti, il successivo This Is My Truth, Tell Me Yours e Lifeblood del 2004), con la pretesa di non cedere mai alla banalità.

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