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Manic Street Preachers – Lifeblood

manic_street_preachers_lifebloodI Manic Street Preachers ci misero tre anni a riprendersi da Know Your Enemy, lunghissimo, carico (più del solito) di una ostentata furia politica e volutamente lontano da qualsiasi possibile grandeur.

Fecero tabula rasa, svuotarono i cassetti pubblicando nel mentre un greatest hits dal titolo beffardo (Forever Delayed) e una raccolta di rarità (Lipstick Traces), infine assoldarono (tra gli altri) Tony Visconti e tirarono fuori un album che rimane, ad oggi, il passaggio più strano della loro lunga discografia.

Il suono di Lifeblood (2004) è eccezionalmente levigato ed etereo, le chitarre stanno un passo indietro e prevalgono atmosfere che rimandano direttamente agli anni ’80 più wave (ai Simple Minds, se proprio si vuole cercare un paragone).

Le melodie, quelle ci sono e sono potentissime; un album che vive attanagliato alla una sezione ritmica pulsante e ai sintetizzatori, lasciandosi andare spesso ad un mood introspettivo in cui riaffiorano ricordi e immagini risalenti ad un tempo in cui i Manic Street Preachers nemmeno esistevano («in 1985, my words they came alive / friends were made for life / Morrissey and Marr gave me choice, in 1985…»), nei quali si mischiano solitudine (Solitude Sometime Is) ed escapismo (I Live To Fall Asleep, la melodia più intrigante insieme ai riverberi di Empty Souls), l’accettazione della scomparsa di Richey Edwards (Cardiff Afterlife), la parabola di Richard Nixon (The Love Of Richard Nixon) e figure di lotta civile di un tempo ancora più remoto (Emily: Emmeline Pankhurst fu una delle esponenti di spicco del movimento che rivendicava il voto alle donne).

Per questo, Lifeblood è elegiaco e introverso in un modo meraviglioso.
Il suo fascino risiede certamente nella facilità con cui i Manics – anche stavolta – creano melodie irresistibili, e sopratutto nel suo suono splendidamente anacronistico.

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