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Morrissey – Ringleader Of The Tormentors

morrissey_ringleader«There are explosive kegs / between my legs / dear God, please help me…  then he motions to me / with his hand on my knee / dear God, did this kind of thing happen to you? / now I’m spreading your legs / with mine in-between…»: in almeno tre decenni di speculazioni sulla sua sessualità Morrissey non era mai stato così diretto; il risultato però è uno solo, inequivocabile: «the heart feels free».

Ringleader Of The Tormentors, pubblicato nel 2006 a due anni di distanza da You Are The Quarry (il ritorno sulle scene dopo un lungo e assordante silenzio), è il risultato delle vacanze romane dell’ex Smiths, momentaneamente ricollocatosi nella città eterna.

A conti fatti, però, quella leggerezza liberatoria – rappresentata da un cuore finalmente sollevato, o forse solo piacevolmente distratto – è l’unico indizio di una qualche dolce vita; per il resto Ringleader Of The Tormentors tiene fede al suo titolo e Roma rappresenta più che altro una sublime ambientazione, come dimostra il suono di un’italianissima ambulanza nell’incipit di The Young Was The Most Loved.

Morrissey si muove citando Pasolini ed il suo Accattone, Visconti e la Magnani, passeggia in una Piazza Cavour trasfigurata nella sua stessa pronuncia, si affida alle orchestrazioni di Ennio Morricone (quindi questa volta vere, diversamente a quanto era accaduto con il disco precedente), alla produzione di Tony Visconti, ad un coro di bambini e alla chitarra di Jesse Tobias (da segnalare la sua brevissima apparizione con i Red Hot Chili Peppers prima dell’ingaggio di Dave Navarro).

Ne esce un album gagliardo e a tratti muscolare, ma mai aspro, che ogni tanto pare flirtare con il glam dei T.Rex (In The Future When All’s Well) e trabocca di un’enfasi che raggiunge il suo zenith in Life Is A Pigsty: in quei sette minuti centrali in cui, dopo un minaccioso temporale, il ritmo si fa meno incalzante e la poetica di Morrissey scorre a ruota libera scivolando come acqua lercia sui sampietrini della capitale (la vita è un porcile / e se non lo sai / allora, cosa sai? / è per te ogni secondo della mia vita / e potresti spararmi / o gettarmi da un treno / ma io resisto, io resisto)

Sul finale, i fiati liberi di I Just Want To See The Boy Happy mostrano che, se possibile, uno dei figli illustri della grigia Manchester ha trovato nelle molteplici anime di Roma una nuova ed inedita profondità per i propri tormenti; rimangono tali, ma lo scenario di Ringleader Of The Tormentors ne dà una rappresentazione che non era tanto efficace da quando si stagliavano dalle corde di Johnny Marr.

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