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Muddy Waters – Electric Mud

L’idea fu dell’allora ventiseienne Marshall Chess – figlio di Leonard Chess, (neanche a dirlo) proprietario della Chess Records – e per quanto strampalata potesse sembrare fu messa in pratica senza troppe esitazioni: bisognava prendere Muddy Waters e farlo suonare al passo con i tempi, cioè psichedelico.

Se non altro per fagli incassare qualche soldo e procurargli qualche ingaggio in più; di fronte a questa prospettiva il diretto interessato non ebbe nulla da ridire (almeno all’inizio).

Fu assemblata una band non strettamente blues (non a caso il chitarrista Pete Cosey, allora con Sun Ra, sarebbe finito a lavorare con il Miles Davis elettrico, l’altro chitarrista Phil Upchurch con Stan Getz e Dizzy Gillespie; il pianista e arrangiatore Charles Stepney avrebbe prodotto gli Earth, Wind & Fire), furono scelti e riarrangiati alcuni brani ritenuti particolarmente adatti allo scopo e Muddy Waters fu portato in studio a lavoro quasi ultimato, giusto per registrare la voce.

Il risultato è che Electric Mud sono 40′ nel corso dei quali un navigato bluesman cerca di (o viene fatto) assomigliare a Jimi Hendrix. All’orecchio di oggi, in realtà, non pare chissà quale follia, ma è questione di abitudine; quando fu pubblicato nell’ottobre del 1968 scatenò reazioni a dir poco contrastanti: i puristi lo odiarono, ovviamente, accusando Muddy Waters di essersi svenduto; il pubblico al quale era destinato – cioè i giovani freak, gli hippies e più in generale tutti coloro che avevano scoperto l’acid rock e che sarebbero presto rimasti orfani dei Cream – lo amarono e corsero a comprarlo.

L’apertura è effettivamente straordinaria, perché I Just Want To Make Love To You è un affare vigoroso fatto di chitarre torrenziali (che sì, sembra di sentire proprio Jimi), basso effervescente in primo piano e su tutto il vocione black di Muddy Waters.

Il tono rimane inalterato di lì in avanti, ma Electric Mud è un particolare piacere proprio qui ed in alcuni altri passaggi: Let’s Spend The Night Together è l’omaggio del maestro ai suoi discepoli e anche se non ha praticamente nulla dell’originale a firma Jagger/Richards è sfrenata ed inarrestabile; She’s Alright è, tra tutte, quella che sarebbe più facile collocare dalle parti di San Francisco e nel finale cita My Girl dei Temptations; Mannish Boy rotola via sul groove della sezione ritmica e, a confronto, la versione che lo stesso Muddy registrerà un decennio dopo per Hard Again è molto minimale.

Insomma un tripudio di chitarre acidissime, di wah-wah, fuzz e ritmiche funky che però Muddy Waters non riuscì mai a portare sul palco: la band con cui aveva registrato fu immediatamente impegnata altrove. Di qui la frustrazione di non poter dare al pubblico ciò che aveva chiesto, ovvero la sua versione contemporanea. Per questo motivo soprattutto, nonostante il ritrovato successo, ben presto Muddy Waters perse ogni affetto per questo disco; non al punto di disconoscerlo, ma certamente abbastanza da convincersi di aver sbagliato e di non aver considerato bene le conseguenze della sua scelta.

In realtà Electric Mud fu il suo primo album a finire in classifica, vendette quasi duecentomila copie prima della fine del ’68 e tra i suoi estimatori vanno contati Chuck D, John Paul Jones e lo stesso Hendrix. Ed è molto più facile apprezzarlo ora.