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Muddy Waters – Hard Again

Muddy Waters nel 1976 aveva 63 anni ed era un uomo libero, nel bene e nel male: da oltre un decennio tutto il mondo conosceva la sua grandezza, grazie a schiere di ragazzini inglesi maleducati che ne avevano rispolverato le gesta; (però) la sua casa al 2120 di South Michigan Avenue, Chicago – la Chess Records – era stata venduta e per i nuovi padroni lui non rappresentava nulla.

Johnny Winter era invece un chitarrista albino con sei dischi all’attivo e il suo blues elettrico stava ottenendo un enorme successo di pubblico.

La leggenda va più o meno così: Winter voleva assolutamente combinare qualcosa con Muddy, ma quest’ultimo si convinse solamente quando un fan, regalandogli un’intero cofanetto delle sue incisioni degli anni ’50 – ’60 per la Chess, finì per ricordargli di cosa era capace.

Registrato nell’ottobre del 1976 e pubblicato nel gennaio del ’77, Hard Again è il primo e più leggendario frutto di quella collaborazione, che portò altri due album (I’m Ready del 1978 e King Bee del 1980, inframezzati dal live Muddy “Mississippi” Waters Live) e riempì gli ultimi anni di vita di Muddy, poi scomparso nel 1983.

Si ritrovarono a Westport, nel Connecticut, e in meno di una settimana inchiodarono tutto il lavoro; Winter aveva scelto uno studio un po’ particolare: una stanza abbastanza capiente per contenere tutta la banda, con Muddy al centro, microfoni pure sul soffitto per catturare il riverbero naturale delle registrazioni in presa diretta, control room (però) al piano di sopra. Quindi, in veste di produttore, dopo ogni esecuzione doveva salire a riascoltare se era abbastanza buona.

Ma Hard Again poggia su un cast stellare che rese tutto molto più semplice: Winter stesso si divide i compiti alla chitarra Bob “Steady Rollin'” Margolin, il leggendario James Cotton all’armonica, Pinetop Perkins al piano, Willie “Big Eyes” Smith alla batteria ed il giovane Charles Calmese al basso. Muddy Waters, che rimane uno dei maestri e pionieri della sei corde, qui non suona nemmeno una nota: si limita a cantare.

Ma più che canto si tratta un ruggito ed è la sua inaspettata grinta che trascina tutta la banda attraverso brani epici del suo repertorio: si parte con il fragore impetuoso di Mannish Boy, si prosegue attraverso una estenuante ed estasiante Bus Driver e si sbuca nella quintessenza blues di I Want To Be Loved e Jealous Hearted Man; l’unica pausa acustica è I Can’t Be Satisfied, poi ci si impaluda nell’afa della Florida (Deep Down In Florida) e in scaramanzie voodoo (Cross Eyed Cat) prima del gran finale con Little Girl.

Hard Again è un’amalgama strumentale incredibile: pur asciutto ed essenziale, questo suono sprigiona la potenza di una intera centrale elettrica. E Muddy Waters ci tiene a spiegare come stanno le cose – The Blues Had A Baby And They Named It Rock And Roll, dice a metà disco – rivendicando la posizione del blues in un momento storico in cui la sua influenza sull’arte sembrava in secondo piano.

Finisce così: l’ultima scalata verso il paradiso per Muddy, un momento di gloria assoluta per Johnny Winter, nuove schiere di fan per la musica del diavolo. Il 1977 non è solo punk e avanguardia.